Mill: Elogio della differenza contro il conformismo. L’individualità come elemento di benessere

JOHN STUART MILL — Abbiamo visto le ragioni che rendono assolutamente necessaria agli uomini la libertà di formarsi delle opinioni e di esprimerle senza tacite riserve; abbiamo pure visto che, se questa libertà non è riconosciuta o mantenuta a dispetto della proibizione, le conseguenze per l’intelligenza e la natura morale dell’uomo sono funeste; ricerchiamo ora se le stesse ragioni non richiedano che gli uomini siano liberi di agire in accordo con le loro opinioni senza esserne impediti dai propri simili, finché, s’intende, essi agiscono a loro rischio e pericolo. Quest’ultima condizione è naturalmente indispensabile. Nessuno pretende che le azioni debbano essere tanto libere quanto le opinioni; al contrario, le opinioni stesse perdono la loro immunità quando le si esprime in circostanze tali che la loro espressione è un’istigazione positiva a qualche atto dannoso. L’idea che i mercanti di grano fanno morire di fame i poveri o che la proprietà privata è un furto, non deve essere perseguitata finché si limita a circolare nella stampa; ma essa può incorrere in una giusta punizione nel caso in cui la si esprima oralmente in mezzo a un’assemblea di violenti agglomerati davanti alla porta di un mercante di grano, o se la si diffonde sotto forma di avviso. Certe azioni, non importa di quale genere, che senza causa giustificabile danneggiano gli alti, possono e, nei casi più importanti, devono assolutamente essere seguite dalla disapprovazione e, quando ve ne sia bisogno, dal contrasto attivo del genere umano (active interference of mankind). La libertà dell’individuo deve essere limitata fino a questo punto: egli non deve rendersi dannoso agli altri; ma s’egli non ferisce gli altri in ciò che li riguarda, e si contenta di agire secondo la sua inclinazione e il suo giudizio nelle cose che riguardano lui stesso solamente, le stesse ragioni le quali stabiliscono che l’opinione deve essere libera provano pure che il mettere, a proprio repentaglio, in pratica le proprie opinioni deve essere perfettamente lecito.

La specie umana non è infallibile; le sue verità non sono, per la maggior parte, se non delle mezze verità; l’unanimità delle opinioni non è desiderabile, a meno che essa non risulti dal confronto più libero e completo delle opinioni contrarie; la diversità di opinioni non è un male ma un bene, finché l’umanità non sarà molto più atta che oggi non sia a riconoscere tutti i diversi lati del vero: — ecco dei principi che si possono applicare tanto alle opinioni degli uomini quanto alla loro maniera di agire. Poiché è utile, finché il genere umano è imperfetto, che vi siano diverse opinioni, e buono nello stesso modo che si provino delle differenti maniere di vivere; è vantaggioso concedere un libero slancio ai diversi caratteri, impedendo tuttavia loro di essere gli uni agli altri dannosi; e ciascuno deve potere, quando lo giudichi conveniente, tentar la prova dei diversi generi di vita. Là dove la norma della condotta è dettata non dal carattere di ciascuno ma dalle tradizioni o dai costumi degli altri, manca completamente uno degli elementi principali del benessere umano e l’elemento più essenziale del progresso individuale e sociale.

Qui la più grande difficoltà non consiste nel valutare i mezzi che conducono a uno scopo riconosciuto, ma nell’indifferenza della generalità a proposito dello scopo stesso.

Se si considerasse il libero sviluppo dell’individualità come uno dei principi essenziali del benessere, se lo si tenesse non in conto di un elemento che si coordina con tutto quanto viene designato dalle parole d’incivilimento, di istruzione, di educazione, di cultura, bensì in conto di una parte necessaria e di una condizione perché tutte queste cose si ottengano, non vi sarebbe pericolo che la libertà non fosse stimata nel suo giusto valore; non si troverebbero delle difficoltà enormi nel tracciare la linea di demarcazione tra essa e la sorveglianza sociale. Ma il male è che i comuni modi di pensare difficilmente riconoscono alla spontaneità individuale un qualche valore intrinseco o che meriti una qualche considerazione per suo proprio conto.

La maggioranza, essendo soddisfatta dei costumi attuali dell’umanità (i quali infatti sono opera sua), non può comprendere perché questi costumi non debbano bastare a tutti. Vi è anche di peggio: la spontaneità non entra nell’ideale della maggioranza dei riformatori morali e sociali; essi la considerano piuttosto con gelosia come un ostacolo noioso e forse insuperabile all’accettazione generale di quello che, secondo il giudizio di questi riformatori, sarebbe il miglior partito per l’umanità. Poche persone, fuori dalla Germania, comprendono il significato di quella dottrina sulla quale Wilhelm Von Humboldt, uomo assai notevole sia come erudito sia come politico, ha scritto un trattato: la dottrina per cui «il fine dell’uomo, non quale lo suggeriscono vaghi e fugaci desideri, ma quale lo prescrivono gli eterni e immutabili decreti della ragione, è lo sviluppo più vasto e armonico di tutte le sue facoltà in un complesso solido e completo» e quindi «lo scopo a cui deve tendere incessantemente ogni essere umano, e in particolare quelli che vogliono influire sui loro simili, è l’individualità nel potere e nello sviluppo». A questo, due cose sono necessarie: «La libertà e una varietà di condizioni». La loro unione produce «il vigore individuale e la diversità multipla» che si fondono nella «originalità» (1).

Tuttavia, per nuova e sorprendente che possa sembrare questa dottrina humboldtiana che dà tanto valore all’individualità, la questione non è dopo tutto — ci si pensi bene — che una questione di più o di meno. Nessuno suppone che la perfezione della natura umana sia di copiarsi esattamente gli uni gli altri; nessuno afferma che il giudizio o il carattere particolare di un uomo non debba entrare per nulla nella sua maniera di vivere e di curare i propri interessi. E, d’altra parte, sarebbe assurdo pretendere che gli uomini dovessero vivere come se nulla fosse stato al mondo prima della loro venuta, come se l’esperienza non avesse ancora in nessun caso mostrato che un certo modo di comportarsi è preferibile a un altro; nessuno contesta che si debba elevare e istruire la gioventù in modo da farla approfittare dei risultati ottenuti dall’umana esperienza. Ma è privilegio e condizione propria di un essere umano arrivato alla piena maturazione delle sue facoltà il servirsi dell’esperienza e l’interpretarla a modo suo; tocca a lui scoprire che cosa vi sia, nell’esperienza accumulata, di applicabile alla sua propria condizione e al suo carattere. Le tradizioni e i costumi degli altri individui sono, fino a un certo punto, delle testimonianze di ciò che l’esperienza ha loro insegnato, e questa testimonianza, questa presunzione, deve essere accolta con rispetto dall’adulto che noi abbiamo supposto; ma, innanzitutto, l’esperienza degli altri può essere troppo limitata, o essi possono averla interpretata male; l’avessero poi anche rettamente interpretata, la loro interpretazione può benissimo non esser conveniente a un particolare individuo.

I costumi sono fatti per i caratteri e per le condizioni usuali; e il suo carattere, la sua condizione possono bene non essere fra queste. E quand’anche i costumi fossero buoni in se stessi e potessero convenire a questo individuo, un uomo che si adatta al costume semplicemente perché è il costume, non mantiene né sviluppa in sé alcuna di quelle qualità che sono l’attributo caratteristico di un essere umano.

Le facoltà umane di percezione, di giudizio, di discernimento, di attività intellettuale e anche di preferenza morale, si esercitano soltanto con il fare una scelta; chi agisce sempre in modo da seguire il costume non fa scelta di sorta, e non impara a discernere o a desiderare il meglio. La forza intellettuale e la forza morale, precisamente come la forza muscolare, non fanno dei progressi se non in quanto sono esercitate; e non si esercitano le proprie facoltà facendo una cosa semplicemente perché la fanno gli altri, più di quanto le si eserciti credendo una cosa unicamente perché la credono gli altri. Se qualcuno adotta un’opinione senza che i principi di questa opinione gli siano sembrati concludenti, la sua ragione non ne sarà affatto rafforzata, ma piuttosto indebolita; e se egli commette un’azione i cui motivi determinanti non sono conformi alle sue opinioni o al suo carattere (sempre dove non si tratti di affetti né di diritti altrui) riuscirà solamente a snervare il suo carattere e le sue opinioni, che dovrebbero essere attivi ed energici.

L’uomo il quale permette che il mondo, o almeno il suo mondo, scelga per lui anche il suo personale modo di vivere non ha da invidiare alle scimmie se non la facoltà d’imitazione: l’uomo che sceglie egli stesso il suo proprio modo di vivere fa uso di tutte le sue facoltà. Egli deve usare l’osservazione per vedere, il ragionamento e il giudizio per prevedere, l’attività per raccogliere i materiali necessari alla decisione, il discernimento per decidere; e, quando abbia deciso, la fermezza e la padronanza di se stesso per attenersi alla deliberazione presa; — e quanto è maggiore la parte della sua condotta che egli governa secondo il suo giudizio e i suoi sentimenti, tanto più necessarie gli sono queste diverse qualità.

Egli può, all’occorrenza, esser guidato sul retto cammino e salvato da qualunque influenza dannosa senza nulla di tutto ciò: ma quale sarà il valore comparativo di lui come essere umano? Quello che è veramente importante non è solo ciò che gli uomini fanno, ma anche ciò che sono. Tra le opere dell’uomo, cui la vita è legittimamente chiamata a perfezionare e ad abbellire, la più importante è senza dubbio l’uomo stesso. Supponendo che fosse possibile fabbricare delle case, far crescere del grano, dare delle battaglie, giudicare delle cause, e anche erigere delle chiese e pronunciar delle preghiere, meccanicamente, per mezzo di automi di forma umana, si perderebbe molto ad accettare questi automi in cambio degli uomini e delle donne che oggi popolano le parti più civili del globo, benché essi siano, fuori d’ogni dubbio, degli esempi ben miseri di ciò che la natura può produrre e produrrà un giorno. La natura umana non è una macchina che si possa costruire secondo un modello per fare esattamente un’opera designata, bensì è un albero che vuol crescere e svilupparsi da tutti i lati seguendo la tendenza delle forze intime che fanno di lui qualcosa di vivente.

Si riconoscerà senza dubbio che è desiderabile per gli uomini che essi coltivino la loro intelligenza, e che vale di più seguire coscientemente il costume o anche, all’occasione, coscientemente staccarsene, che non il conformarvisi ciecamente e macchinalmente. Si ammette, sino a un certo punto, che la nostra intelligenza ci deve appartenere, ma non si ammette altrettanto facilmente che deve accadere lo stesso dei nostri impulsi e dei nostri desideri; si considera quasi come una pericolosa insidia l’avere degli impulsi energici: tuttavia i desideri e gli impulsi fanno parte altrettanto integrante di un essere umano nella sua perfezione quanto le credenze e le astinenze. Forti eccitamenti non sono pericolosi se non quando non sono equilibrati, cioè quando un complesso di vedute e di tendenze si è energicamente sviluppato mentre altre vedute e altre tendenze che dovrebbero farsi sentire a lato delle prime restano deboli e inattive. E gli uomini non agiscono male perché i loro desideri sono ardenti, ma perché sono deboli le loro coscienze; anzi, non vi è una relazione naturale tra eccitamenti energici e debole coscienza: la relazione naturale è in senso opposto. Dire che i desideri e i sentimenti di una persona sono più vivi e numerosi di quelli di un’altra è dire semplicemente che la dose di materia grezza della natura umana è, in quella persona, più abbondante; di conseguenza, essa è forse capace di far più male, ma senza dubbio lo è anche di far più bene. Insomma, gli impulsi potenti rappresentano, sotto altro nome, dell’energia; ecco tutto. L’energia può essere mal impiegata, ma una natura energica può far maggior bene di una natura indolente e apatica. Quelli che hanno maggiore quantità di sentimenti naturali sono anche quelli in cui i sentimenti, per cosi dire, artificiali si possono meglio sviluppare. L’ardente sensibilità che rende gli impulsi personali vivi e potenti è pure la sorgente da cui derivano l’amore più appassionato per la virtù, la più rigorosa padronanza di sé; — è coltivando questa sensibilità che la società fa il suo dovere e tutela i suoi interessi, e non rifiutando la stoffa con cui si fanno gli eroi, giacché essa non è capace di crearli. Si dice di una persona che essa ha del carattere quando i suoi desideri e i suoi impulsi appartengono in tutto a lei sola e sono l’espressione della sua natura, cosi come l’ha sviluppata e modificata la sua propria cultura; un essere che non ha, per proprio conto, desideri né impulsi non possiede più carattere di una macchina a vapore. Se un uomo ha degli impulsi non solo suoi propri, ma forti e posti sotto il controllo di una potente volontà, esso ha un carattere energico. Chiunque pensi che non si debba incoraggiare la manifestazione e lo sviluppo dell’individualità nei desideri e negli impulsi, deve sostenere anche che la società non ha bisogno di nature forti, che essa non trae alcun vantaggio dall’includere un gran numero di uomini di carattere e che, infine, non è desiderabile vedere la media degli uomini possedere molta energia.

Nelle società nascenti, queste forze sono forse senza proporzione con il potere che la società possiede di disciplinarle e di sorvegliarle: vi fu un tempo in cui l’elemento di spontaneità e d’individualità dominava in modo eccessivo e in cui il principio sociale doveva con esso sostenere dura battaglia.

La difficoltà allora era quella di condurre degli uomini potenti di corpo o di spirito a subire delle regole che pretendevano controllare i loro impulsi. Per vincere questa difficoltà, la legge e la disciplina (per esempio, i papi in lotta con gli imperatori) proclamarono il loro potere su tutto quanto l’uomo, rivendicando il diritto di sorvegliarne tutta intera la vita allo scopo di poterne sorvegliare il carattere, per frenare il quale la società non sapeva trovare altro mezzo. Ma la società oggi ha piena ragione dell’individualità e il pericolo che minaccia la natura umana non è più l’eccesso, bensì il difetto di impulsi e di gusti personali. Le cose sono ben mutate dal tempo in cui le passioni degli uomini potenti per la loro condizione o per le loro qualità personali erano in uno stato di abituale ribellione contro le leggi e le ordinanze, e dovevano essere rigorosamente vincolate affinché tutto quanto li circondava potesse godere di una certa sicurezza; nell’epoca nostra, ogni uomo, dal più elevato al più basso sulla scala sociale, vive sotto lo sguardo di una censura ostile e temuta. Non soltanto per quel che riguarda gli altri, ma anche per quello che tocca esclusivamente loro stessi, l’individuo o la famiglia non si domandano già: «Che cosa preferisco io? Che cosa si addice alla mia indole e alle mie attitudini? Che cosa darebbe buon gioco e massime probabilità di svolgersi alle nostre facoltà più elevate?», — ma invece si domandano: «Che cosa conviene alla mia condizione, e che cosa fanno di solito le persone del mio stato e della mia fortuna», o (peggio ancora): «che cosa fanno di solito le persone di uno stato sociale e di una fortuna al di sopra della mia?». Io non intendo dire che essi scelgono ciò che è consueto preferendolo a ciò che si addice alle loro inclinazioni. A loro non accade di avere alcuna inclinazione se non per ciò che è consueto. Cosi anche lo spirito è curvato sotto il giogo: persino in quello che la gente fa per suo piacere, il conformismo è il primo pensiero; essi amano in massa (they like in crowds); scelgono solo tra cose comunemente fatte: evitano come un delitto qualunque singolarità di gusto, qualsiasi eccentricità di condotta, sebbene a forza di non seguire la loro natura essi non ne abbiano ormai più alcuna: le loro capacità umane sono inaridite e ridotte a nulla, essi divengono incapaci di provare alcun desiderio vivo, alcun piacere naturale e non hanno, in generale, né opinioni né sentimenti da essi elaborati, e propriamente loro. Orbene: tutto questo è, o non è, la condizione desiderabile per la natura umana?

Lo è, nella teoria calvinista. Secondo questa teoria la colpa capitale dell’uomo è di avere una volontà indipendente (self-will); tutto il bene di cui l’umanità è capace è compreso nell’obbedienza. Voi non avete una scelta da fare; dovete agire cosi e non altrimenti: “tutto quanto non è dovere è peccato”. Poiché la natura umana è completamente corrotta, non vi è redenzione per nessuno, finché egli non abbia ucciso in sé la natura umana. Per chi sostiene una simile teoria, non è un male annullare tutte le facoltà, le capacità, le sensibilità umane; l’uomo non ha bisogno d’altra capacità fuorché quella di abbandonarsi alla volontà di Dio, e se egli si serve delle sue facoltà altrimenti che per eseguire in un modo più efficace i decreti di questa supposta volontà, sarebbe meglio per lui che non le possedesse. Questa è la teoria del calvinismo; e molte persone che non si considerano come calviniste la professano sotto un’altra forma più moderata; la moderazione consiste nel dare un’interpretazione meno ascetica alla presunta volontà di Dio. Si afferma ch’egli vuole che gli uomini gratifichino alcune delle loro inclinazioni; non già, certamente, nella maniera che essi preferirebbero, ma nel modo dell’obbedienza, cioè nel modo prescrittogli dall’autorità; e perciò, di necessità, la stessa per tutti.

Sotto una tale forma insidiosa, vi è ora una forte tendenza verso questa angusta teoria della vita e verso questo tipo, che essa predica, di carattere umano ristretto e inflessibile. Senza alcun dubbio, molte persone credono sinceramente che gli uomini cosi torturati e ridotti alla statura di nani siano quali il loro creatore li ha voluti; proprio come molta gente ha creduto che gli alberi siano molto più belli tagliati a palla o in forme di animali che lasciati come natura li ha fatti. Ma se fa parte della religione il credere che l’uomo sia stato creato da un essere buono, è in armonia con questa tendenza pensare che questo essere abbia dato le facoltà umane perché esse siano coltivate e sviluppate e non perché le si sradichino o le si distruggano. È ragionevole immaginare che egli goda, tutte le volte che le sue creature fanno un passo verso l’ideale di cui esse portano in sé la concezione, tutte le volte che esse aumentano una delle loro facoltà di comprensione, di azione o di godimento. C’è un tipo di eccellenza umana diverso dal tipo calvinista, una concezione dell’umanità secondo la quale ha ricevuto la sua natura per altro proposito che farne un mero sacrificio. “L’assertività dei pagani” (“Pagan self-assertion”) è uno degli elementi del merito umano, cosi come “l’oblio di sé dei cristiani” (“Cristian self-denial”) (2). C’è un ideale greco di sviluppo di se stessi, a cui si accompagna, senza soppiantarlo, l’ideale platonico e cristiano d’impero su se stessi. Forse è meglio essere un John Knox che un Alcibiade, ma è ancora meglio di entrambi essere un Pericle; e se un Pericle esistesse oggi, non sarebbe privo di qualcuna delle buone qualità che appartenevano a John Knox.

Non è già indirizzando all’uniformità tutto ciò che in essi c’è d’individuale, ma coltivandolo e sviluppandolo nei limiti imposti dai diritti e dagli interessi altrui che gli esseri umani divengono un nobile e bell’oggetto di contemplazione; e così come l’opera si foggia secondo il carattere di quelli che la compiono, per lo stesso processo la vita umana diviene anche essa ricca, diversificata e vivace, producendo alimento più abbondante a pensieri elevati e sentimenti che innalzano, e rafforza il legame che congiunge gli individui alla razza, dando alla razza stessa maggior valore. In ragione dello sviluppo della sua individualità, ogni persona assume maggior pregio ai propri stessi occhi, e di conseguenza è capace di assumerne uno maggiore agli occhi degli altri. C’è una più grande pienezza di vita in tutta la sua esistenza, e quando c’è maggior vita nell’unità, c’è maggior vita anche nella massa, la quale è fatta di queste stesse unità.

Non si può trascurare la costrizione necessaria per impedire agli esemplari più energici della natura umana di invadere il campo dei diritti degli altri; ma a questo c’è un ampio compenso, anche dal punto di vista dello sviluppo umano. I mezzi di sviluppo che l’individuo perde, se gli s’impedisce di soddisfare le sue tendenze in modo agli altri dannoso, non si otterrebbero che a spese degli altri uomini; ed egli stesso vi trova un compenso, perché la coazione imposta al suo egoismo facilita lo sviluppo più elevato della parte sociale della sua natura.

L’essere sottomessi per il bene degli altri alle strette norme della giustizia sviluppa i sentimenti e le facoltà che per il bene degli altri si esercitano; ma l’essere costretti nelle cose che non toccano affatto il bene degli altri, per il loro semplice dispiacere, non sviluppa altro di buono se non la forza di carattere rivolta a resistere alla costrizione. Se ci si sottomette, questa costrizione indebolisce e appesantisce tutta la nostra natura. Per assecondare la natura di ciascuno è essenziale che a persone differenti sia consentito di seguire vite differenti. I secoli che hanno avuto, in questa senso, maggiore larghezza sono quelli che più si raccomandano all’attenzione dei posteri. Il dispotismo stesso non produce i suoi peggiori effetti finché l’individualità resiste sotto questo regime, e tutto ciò che distrugge l’individualità è dispotismo, qualunque nome gli si dia, pretenda esso poi di imporre la volontà di Dio o i comandi degli uomini.

Avendo detto che individualità è sinonimo di sviluppo, e che solamente la cultura dell’individualità produce o può produrre degli esseri umani ben sviluppati, io potrei qui chiudere l’argomento. In favore di una data condizione delle cose umane che cosa si potrebbe dire meglio di questo: che essa conduce gli uomini il più vicino possibile al loro tipo ideale? E di un ostacolo al bene. che cosa si potrebbe dire di peggio se non che esso impedisce un tale progresso? Tuttavia, senza alcun dubbio, queste considerazioni non basteranno a convincere quelli che hanno maggior bisogno di essere convinti.

Ed è necessario, inoltre, provare che questi esseri umani sviluppati sono utili agli esseri non sviluppati; è necessario dimostrare a quelli che non desiderano la libertà e che non se ne vorrebbero servire, che, se permettono ad altri di farne uso senza ostacolo possono esserne in qualche modo apprezzabile ricompensati.

E prima di tutto, non potrebbero essi imparar qualche cosa da questi individui lasciati liberi? Nessuno vorrà negare che l’originalità sia un elemento prezioso nelle cose umane: vi è sempre bisogno di gente, non soltanto per scoprire verità nuove, non soltanto per indicare il momento in cui quello che fu in altri tempi una verità cessa di esserlo, ma anche per farsi iniziatori di nuove pratiche, per dare l’esempio di una condotta più illuminata, di maggior buon gusto e di maggior buon senso nelle cose umane. Questo non può essere negato da chiunque non creda che il mondo abbia raggiunto la perfezione in tutte le sue abitudini e in tutti i suoi costumi.

È vero che una tale servigio non può essere reso da tutti quanti senza distinzione: non vi sono che poche persone, in confronto di tutto il genere umano, le esperienze delle quali, se generalmente adottate, segnerebbero un progresso sul costume stabilito. Ma queste poche persone sono il sale della terra; senza di esse la vita umana diventerebbe un mare stagnante, e non soltanto introducono un bene ignoto, ma conservano alla vita quello che essa già possedeva.

Se anche non ci fosse nulla di nuovo da fare, l’intelligenza umana cesserebbe forse di essere necessaria? Sarebbe questa una ragione perché coloro che seguono un’antica tradizione dimentichino perché la seguano, agiscano come bruti e non come esseri umani? Le migliori credenze e le pratiche migliori hanno una eccessiva tendenza a degenerare in qualcosa di meccanico; e a meno che non vi sia una serie di persone la cui originalità infaticabile conservi la vita in queste credenze e in queste pratiche, un automatismo cosi morto non resisterebbe affatto all’urto più leggero di qualcosa di realmente vivente; non vi sarebbe allora ragione perché la civiltà non scomparisse, come nell’Impero Bizantino. In verità gli uomini di genio sono – e, probabilmente, saranno sempre – una impercettibile minoranza; ma per averne, bisogna conservare il suolo sul quale possono fiorire. Il genio respira liberamente solo in un’atmosfera di libertà; gli uomini di genio sono, ex vi termini, più individuali degli altri, meno capaci, per conseguenza, di modellarsi senza una dannosa compressione in alcuno di quegli stampi, poco numerosi, che la società prepara per risparmiare a suoi membri la fatica di formarsi un carattere.

Se per timidezza gli uomini di genio consentono a essere forzati entro uno di questi modelli e a permettere che non si espanda quella parte di loro stessi che non si può dilatare sotto una tale pressione, la società non potrà approfittare del loro ingegno. Ma se essi sono di carattere forte e spezzano le loro catene, per la società che non è riuscita a ridurli alla misura comune diventano un segno da additare con solenne avvertimento come “selvatico”, “erratico” e simili; è come se qualcuno si lamentasse di non vedere il Niagara scorrere con la stessa calma di un canale olandese.

Se io insisto con questa enfasi sull’importanza del genio e sulla necessità di lasciare che si sviluppi liberamente, nel pensiero e nella pratica, è perché se nessuno nega in teoria la cosa, il mondo in realtà vi è del tutto indifferente. Gli uomini considerano il genio come una bella cosa, se rende un individuo capace di scrivere un poema inspirato o dipingere un bel quadro; ma del genio nel vero senso della parola, cioè dell’originalità nel pensiero e nelle azioni, sebbene ognuno in teoria ammetta che sia una cosa degna di ammirazione, quasi tutti in fondo al cuore pensano che si potrebbe benissimo farne a meno. Purtroppo questo è un sentimento talmente naturale, che non suscita stupore. L’originalità è una cosa di cui gli spiriti non originali non possono sentire l’utilità; essi non possono scorgere quello che l’originalità saprebbe fare per loro: e come potrebbero? Se lo potessero, non si tratterebbe più di originalità. Il primo servigio che la originalità deve rendere a tali spiriti, è di aprir loro gli occhi; e fatto questo, e fattolo bene, essi pure avranno qualche speranza di diventare originali. Nel frattempo, questi poveri di spinto si ricordino che nulla ancora fu fatto senza che qualcuno abbia cominciato, che tutto quanto esiste di bene è frutto dell’originalità; e siano sufficientemente modesti da credere che essa ha ancora qualcosa da fare, e da convincersi che quanto meno sentono il bisogno di originalità tanto più essa è loro necessaria.

La semplice verità è che, per grandi che siano gli omaggi che si professino, o anche che si concedano, alla vera o supposta superiorità spirituale (mental superiority), la tendenza generale delle cose nel mondo è di fare della mediocrità la potenza dominante.

Nella storia antica, nel medio evo, e, in un grado minore, durante il lungo passaggio dalla feudalità ai tempi moderni l’individuo era per se stesso una potenza, e, se egli aveva o un talento straordinario o una condizione sociale elevata, la potenza era considerevole. Oggi gli individui sono perduti nella folla. In politica è quasi un’ovvietà dire che oggi il mondo è governato dall’opinione pubblica; il solo potere che merita davvero nome di potere è quello delle masse e governi che si fanno strumenti delle tendenze e degli istinti delle masse. Questo è vero tanto per le relazioni morali e sociali della vita privata quanto per le pubbliche convenzioni. Quello che si chiama opinione pubblica non è sempre l’opinione delle stesse specie di pubblico: in America il pubblico è tutta la popolazione bianca; in Inghilterra principalmente la classe media. Ma si tratta sempre di una massa, vale a dire di una mediocrità collettiva.

E, novità ancora più grande, oggi la massa non prende le sue opinioni seguendo l’autorità dei dignitari della Chiesa o dello Stato, di qualche apparente capo o di qualche libro. Il pensare [della massa] è fornito da uomini pressappoco della sua stessa levatura che, per mezzo dei giornali, si rivolgono ad essa o parlano in suo nome sulla questione del momento.

Io non lamento tutto questo, non affermo che nulla di meglio sia compatibile, come regola generale, con l’umile stato attuale dello spirito umano. Questo però non toglie che il governò della mediocrità sia un governo mediocre. Mai il governo di una democrazia o di un’aristocrazia numerosa è giunto a elevarsi al di sopra della mediocrità, sia per i suoi atti politici, sia per le opinioni, le qualità, il genere di spirito pubblico a cui esso dà vita, tranne là dove la folla sovrana (come ha fatto sempre nelle sue epoche migliori) si è lasciata guidare dai consigli e dall’influenza di una minoranza o di un uomo più colto e più riccamente dotato. L’iniziativa di tutte le cose sagge e nobili viene e deve venir dagli individui; in generale, inizialmente da qualche individuo isolato.

L’onore e la gloria della media degli uomini è di essere capaci di seguire questa iniziativa, di aver il senso di ciò che è saggio e nobile, e di farvisi guidare tenendo gli occhi aperti.

Non sto avvalorando quella specie di “culto dell’eroe” (“hero-worship”), che applaude un uomo di genio potente perché s’impadronisce con la forza del governo del mondo, imponendogli suo malgrado il proprio volere. Tutto ciò che un tale uomo può pretendere è la libertà di indicare il cammino. Quanto al potere di costringere gli altri a seguirlo, non solo esso e incompatibile con la libertà e lo sviluppò del resto dell’umanità, ma corrompe lo stesso uomo di genio. Sembra tuttavia che quando le opinioni delle masse composte di uomini ordinari son divenute o divengono dappertutto il poter dominante, contrappeso e correttivo della loro tendenza sarebbe l’individualità sempre più spiccata di coloro che hanno raggiunto le vette del pensiero.

È sopratutto in queste circostanze che tali individui eccezionali invece di essere ostacolati dovrebbero essere incoraggiati ad agire diversamente dalla massa. In altri tempi non c’era vantaggio in questo, a meno che essi non avessero agito non solo diversamente ma meglio. In questa età, invece, anche il semplice esempio del non-conformismo, il semplice rifiuto di mettersi in ginocchio davanti al costume è già di per se stesso un fatto benefico.

Proprio perché la tirannia dell’opinione è tale che essa fa dell’eccentricità un delitto, è desiderabile per spezzare questa tirannia che gli uomini siano eccentrici. L’eccentricità e la forza di carattere camminano sempre di pari passo, e la somma di eccentricità che una società contiene è generalmente in ragione diretta della somma di genio, di vigore spirituale (mental vigour) e di coraggio morale che essa racchiude. Ciò che davvero ci indica il principale pericolo della nostra età è il vedere cosi pochi uomini osar essere eccentrici.

Ho detto che è importante dare il più libero sfogo a quello che non è nell’uso, affinché si possa a tempo opportuno vedere che cosa meriti di passarvi; ma l’indipendenza d’azione e lo sdegno del costume non meritano di essere incoraggiati soltanto come quelli che presentano la probabilità di creare dei modi d’agire migliori e dei costumi più meritevoli di esser da tutti adottati; non sono più soltanto le persone di una superiorità intellettuale ben evidente che abbiano un giusto diritto a condurre la vita che loro aggrada.

Non c’è ragione perché tutte le esistenze umane siano costruite su di un unico modello, o su di un piccolo numero di modelli: se una persona possiede una sufficiente quantità di senso comune e di esperienza, il suo proprio modo di condurre l’esistenza è il migliore; non perché sia il migliore in sé, ma perché è il suo proprio. Gli esseri umani non sono come le pecore; e anche le pecore non si somigliano tutte al punto da non potersi distinguere l’una dall’altra. Un uomo non può avere un abito o un paio di scarpe che gli stiano bene se non se le fa fare su misura o se non dispone di un intero magazzino nel quale poterle scegliere. È dunque più facile fornirgli una vita che un abito, o la conformazione fisica e morale degli esseri umani è più uniforme di quella dei loro piedi? Fosse anche solo perché gli uomini hanno diversità di gusti, già sarebbe una ragione sufficiente per non cercare di modellarli tutti secondo un unico modello. Ma persone differenti richiedono anche condizioni differenti per il loro sviluppo spirituale (spiritual development), e non possono mantenersi sane nella stessa atmosfera morale più di quello che tutte le varietà di piante possano fiorire sotto lo stesso clima. Le stesse cose che aiutano una persona a coltivare la sua natura superiore, per un’altra sono di ostacolo. Lo stesso modo di vivere, per l’uno è un salutare eccitamento che conserva nelle migliori condizioni le sue facoltà di godimento e di azione, mentre per l’altro è un carico spaventevole che sospende o distrugge la vita interiore. Tali sono le differenze fra gli esseri umani nelle loro fonti di piacere, nella loro suscettibilità al dolore, e all’influenza su di loro dei diversi agenti fisici e morali, che se non vi è una analoga diversità nel loro modo di vivere essi non sapranno né ottenere tutta la loro parte di bene, né giungere all’altezza intellettuale, morale ed estetica di cui la loro natura è capace. Perché dunque la tolleranza, se si tratta di sentimento pubblico, si estenderebbe solamente ai gusti e ai modi di vivere che si fanno accettare dalla moltitudine dei loro aderenti? In nessun luogo (salvo in alcune istituzioni monastiche) la diversità di gusto è interamente disconosciuta; una persona può, senza esser biasimata, amare o non amare il sigaro, la musica, gli esercizi del corpo, gli scacchi, le carte o lo studio, perché i partigiani e i nemici di tutte queste cose son troppo numerosi per esser ridotti al silenzio. Ma l’uomo e, anche più, la donna che può essere accusata di fare “quello che nessuno fa” o di non fare “quello che fanno tutti”, è oggetto di biasimo come se lui o lei avessero commesso qualche grave delitto morale.

Bisogna possedere un titolo, o qualche altro grado, o della considerazione di gente di rango, perché ci si possa permettere un poco il lusso di fare quel che ci piace, senza nuocere alla nostra riputazione. Per permettere un poco, ho detto e lo ripeto: perché chiunque si permettesse largamente questo lusso correrebbe il rischio di qualcosa di peggio dei discorsi maldicenti; sarebbe in pericolo di esser sottoposto a una commissione de lunatico [inquirendo] e di vedersi così togliere la proprietà a profitto della sua famiglia (3).

C’’è un tratto caratteristico nelle attuali tendenze dell’opinione pubblica che è proprio fatto per renderla intollerante contro qualunque spiccata dimostrazione di individualità. La media generale del genere umano (mankind) non è solo moderata in intelligenza, ma è anche moderata in inclinazioni: non hanno gusti né desideri abbastanza vivi per esser condotti a far qualcosa di inusuale e, di conseguenza, non comprendono affatto chi ha tutt’altre doti: lo classificano fra quegli esseri selvatici e intemperanti ai quali sono abituati a guardare dall’alto in basso. Ora, oltre a questo fatto che è generale, dobbiamo solo tener conto che si è manifestato un forte movimento verso il miglioramento della morale, ed è evidente che cosa dobbiamo aspettarci. Questo movimento si è manifestato in questi giorni; si è fatto molto per accrescere la regolarità di condotta e sconsigliare gli eccessi, e c’è dappertutto uno spirito filantropico che trova la sua più gradita applicazione nel miglioramento dei nostri simili, in fatto di morale e di prudenza. Per effetto di queste tendenze, il pubblico è più disposto che in altri tempi a prescrivere delle regole generali di condotta e a tentare di rendere ognuno conforme allo standard approvato. E questo standard, espresso o tacito, è di non desiderare fortemente cosa alcuna. Il suo ideale di carattere è di non avere alcun carattere ben spiccato; si deve mutilare con la compressione, come il piede di una gran-dama cinese, qualunque parte saliente della natura umana che tenda a rendere il profilo di una persona marcatamente dissimile dalla comune umanità.

Come è usuale per qualunque ideale che escluda la metà di ciò che è desiderabile, il presente standard di approvazione produce solo un’imitazione inferiore dell’altra metà. Invece di una grande energia guidata da una ragione vigorosa e di forti sentimenti fortemente controllati da una coscienziosa volontà, non si ottengono che una scarsa energia e dei sentimenti deboli, che di conseguenza possono conformarsi alla regola, almeno nell’apparenza, senza richiedere un grande sforzo né di volontà né di ragione. Già i caratteri energici su larga scala van diventando puramente leggendari. Oggi, nel nostro paese, l’energia non trova modo di applicarsi se non negli affari; l’energia che vi si spende può ancora essere ritenuta considerevole; e il poco che ne sopravanza è impiegato a cercar di soddisfare qualche passione, che può essere una passione utile, persino filantropica, ma che si restringe a una cosa sola e, in generale, di piccole proporzioni. La grandezza d’Inghilterra è oggi tutta collettiva: piccoli individualmente, noi sembriamo capaci di qualcosa di grande solo per la nostra abitudine ad associarci (habit of combining); e di questo i nostri filantropi morali e religiosi sono perfettamente soddisfatti. Ma uomini di un’altra tempra hanno fatto l’Inghilterra ciò che essa è stata; uomini d’altra tempra saranno necessari per impedirne la decadenza.

Il dispotismo del costume è dappertutto l’ostacolo perpetuo all’avanzamento umano, perché esso combatte una lotta incessante contro quella disposizione a tendere a qualcosa di meglio del consueto, che si chiama, secondo i casi, spirito di libertà o di progresso o di miglioramento. Lo spirito di miglioramento non è sempre spirito di libertà, perché può volersi imporre a gente che non se ne cura; e lo spirito di libertà, quando resiste a simili sforzi, può allearsi, per un dato luogo o per un dato tempo, con gli avversari del miglioramento; ma l’unica sorgente infallibile e perenne di miglioramento è la libertà, perché solo per suo mezzo si possono avere tanti centri indipendenti di miglioramento quanti sono gli individui.

Tuttavia il principio progressivo, sia sotto la forma dell’amore di libertà, sia sotto quella dell’amor di miglioramento, è nemico dell’impero della Consuetudine (Custom); perché esso implica per lo meno la liberazione da questo giogo e la lotta tra queste due forze forma il principale interesse della storia dell’umanità. La maggior parte del mondo non ha, in senso proprio, storia perché lì è assoluto il dispotismo della Consuetudine. E il caso di tutto l’Oriente. Là regna sovrana la Consuetudine, ultima parola su ogni cosa; giustizia e diritto significano conformità alla consuetudine; nessuno, salvo qualche tiranno ubriacato dal potere, pensa a resistervi. E noi ne vediamo il risultato. Queste nazioni in altri tempi devono aver avuto dell’originalità; esse non sono uscite dalla terra popolose, colte in letteratura e profondamente versate in certe arti della vita; sotto tutti questi rapporti debbono a se stesse la loro esistenza ed erano un tempo le più grandi e potenti nazioni del mondo. Che cosa sono esse ora? Sono suddite o dipendenze di tribù i cui antenati erravano nella foresta, mentre i loro avevano dei magnifici palazzi e degli splendidi templi, ma sui quali la consuetudine divideva il suo impero con la libertà e col progresso. Un popolo, a quel che sembra, può essere, durante un certo periodo di tempo, progressivo e poi fermarsi: e quando? Quando smette di possedere individualità. Se un simile cambiamento dovesse accadere anche nelle nazioni d’Europa, non sarebbe precisamente con la stessa forma: il dispotismo della consuetudine che minaccia queste nazioni, non è precisamente la stazionarietà. Esso condanna la singolarità, ma non pone ostacolo al mutamento purché tutto muti insieme. Noi abbiamo abbandonato le consuetudini fisse dei nostri antenati; ognuno deve ancora vestirsi come tutti gli altri, ma la moda può cambiare una o due volte per anno. Noi così abbiamo cura che quando c’è un cambiamento, lo sia per amore del cambiamento e non per una qualche idea di estetica o di comodità; perché la stessa idea di estetica o di comodità non verrebbe in testa a tutti nello stesso momento e non sarebbe, in un altro momento, abbandonata da tutti. Noi siamo progressivi cosi come siamo mutevoli: facciamo continuamente delle nuove invenzioni in meccanica e le conserviamo finché non le si possano sostituire con invenzioni migliori; siamo insaziabili di miglioramenti in politica, in educazione, persino in morale, sebbene in quell’ultimo caso la nostra idea di miglioramento consista sopratutto nel persuadere o forzare altre persone a essere tanto buone quanto lo siamo noi.

Non ci opponiamo al progresso; anzi, ci lusinghiamo di essere la gente più progressiva che sia mai esistita. È contro l’individualità che noi combattiamo: crederemmo d’aver compiuta un’opera meravigliosa, se ci fossimo resi tutti gli uni agli altri identici, dimenticando che la dissomiglianza tra due persone è la prima cosa che attira l’attenzione sia per l’imperfezione d’uno di questi tipi e per la superiorità dell’altro, sia per la possibilità di produrre qualcosa di meglio di ciascuno dei due, combinandone i pregi.

Abbiamo un allarmante esempio in Cina – una nazione di gran talento e, sotto certi rispetti, anche di sapienza (wisdom), grazie alla rara fortuna di esser stata dotata in un precoce periodo di un complesso particolarmente buono di consuetudini, opera, in certa misura, di uomini ai quali gli Europei più illuminati devono riconoscere, con alcune limitazioni, il titolo di saggi e filosofi.

Essi sono notevoli anche nell’eccellenza dei loro apparati per imprimere, tanto quanto possibile, la miglior sapienza che possiedono in ogni mente della comunità, assicurando che coloro i quali più ne hanno imparato possano occupare i posti d’onore e di potere. Senza dubbio il popolo che agisce così deve avere scoperto il segreto dell’umana progressività, e marciare costantemente in testa al movimento del mondo. E invece no: i cinesi son diventati stazionari, lo sono rimasti per migliaia d’anni; e se avranno qualche ulteriore miglioramento, questo gli verrà da stranieri. Essi sono riusciti oltre ogni speranza in quello al quale i filantropi inglesi stanno così industriosamente lavorando: — nel fare una popolazione tutta simile, nel far sì che ciascuno governi i suoi pensieri e la sua condotta con le stesse massime e con le stesse regole. E questi sono i frutti. Il moderno régime dell’opinione pubblica è, sotto una forma non organizzata, quello che sono i sistemi cinesi dell’educazione e della politica sotto una forma organizzata; e, a meno che l’individualità non sappia affermarsi con successo contro questo giogo, l’Europa, nonostante i suoi nobili precedenti storici e il cristianesimo che professa, tenderà a diventare un’altra Cina.

Che cosa è che, fino ad oggi, ha salvato l’Europa da questa sorte? Che cosa ha fatto della famiglia delle nazioni europee una parte progressiva (improving) e non stazionaria dell’umanità? Non una qualche superiore eccellenza in esse — che, quando esiste, esiste come un effetto e non come una causa —, ma le loro notevoli differenze di carattere e di cultura. In Europa, gli individui, le classi, le nazioni, sono state estremamente dissimili: esse si sono tracciata una grande varietà di percorsi, ciascuno dei quali conduceva a qualcosa di valore; e sebbene in ciascuna epoca quelli che seguivano le diverse vie siano stati intolleranti gli uni verso gli altri, e ciascuno abbia considerato una cosa eccellente poter obbligare tutti gli altri a seguire il proprio cammino, nondimeno i reciproci sforzi per impedire il loro sviluppo hanno avuto ben di rado un successo duraturo, e ciascuno nel tempo ha poi fruito dei beni offerti dagli altri. L’Europa, a mio giudizio, dove soltanto a questa pluralità di percorsi il suo vario e progressivo sviluppo. Ma già essa comincia a possedere questo vantaggio in un grado molto meno considerevole, essa cammina direttamente verso l’ideale cinese di rendere tutto il mondo simile. Alexis de Tocqueville, nel suo ultimo e importante lavoro, osserva quanto i Francesi di oggi si rassomiglino tra loro di più persino rispetto a quanto si rassomigliassero quelli dell’ultima generazione. La stessa osservazione, a molto maggior ragione, si potrebbe fare degli Inglesi. In un passo già citato, Wilhelm Von Humboldt ha indicato due cose come condizioni necessarie dello sviluppo umano, in quanto necessarie per rendere gli uomini diversi gli uni dagli altri: la libertà e la varietà di situazioni. La seconda si va ogni giorno perdendo in Inghilterra. Le contingenze che circondano le diverse classi e i diversi individui, e che plasmano il loro carattere, si vengono ogni giorno più rassomigliando.

In altri tempi, differenti ranghi, differenti circondari, differenti commerci e professioni vivevano, si potrebbe dire, in mondi differenti; oggi, in massimo grado, vivono tutti nello stesso mondo. Comparativamente parlando, oggi leggono tutti le stesse cose, ascoltano le stesse cose, vedono le stesse cose, vanno negli stessi luoghi; hanno le loro speranze e i loro timori diretti verso gli stessi obbiettivi, gli stessi diritti, le stesse libertà, e i medesimi mezzi per rivendicarle. Per grandi che siano le differenze di condizione sopravvissute, non sono nulla a confronto di quelle che sono scomparse. E l’assimilazione procede continuamente. Tutti i cambiamenti politici la promuovono, poiché tendono tutti a elevare le classi inferiori e ad abbassare le elevate. Ogni estensione dell’educazione la promuove, perché l’educazione riunisce gli uomini sotto influenze comuni e dà loro accesso allo stock generale di fatti e sentimenti. Miglioramenti nei mezzi di comunicazione la promuove, mettendo a contatto personale gli abitanti di luoghi lontani, e mantenendo un rapido flusso di cambiamenti di residenza fra un posto e un altro. La crescita del commercio e delle manifatture lo promuove diffondendo più ampiamente i vantaggi delle comodità, e ponendo alla alla competizione generale ogni oggetto dell’ambizione, anche i più elevati, cosicché il desiderio di salire non appartiene più a una sola classe, ma a tutte. Ma una influenza più potente di tutte queste nell’apportare una generale somiglianza fra gli uomini è lo stabilirsi completo, in questo e in altri paesi liberi, dell’ascendente dell’opinione pubblica nello Stato. Poiché le numerose preminenze sociali che permettevano alle persone trincerate dietro di esse di sprezzare l’opinione pubblica, si vengono grado grado livellando, poiché la stessa idea di resistere alla volontà del pubblico, quando si sa con certezza che esso ha una volontà, vien sempre più scomparendo dallo spirito degli uomini politici pratici, cessa di esservi alcun sostegno sociale per la non conformità. Non vi è più nella società un potere indipendente che, opposto all’influenza della maggioranza, sia interessato a prendere sotto la sua protezione delle opinioni e delle tendenze contrarie a quelle del pubblico.

La combinazione di tutte queste cause forma una cosi gran massa di influenze ostili all’Individualità, che non si può ormai intravvedere come essa sarà capace di difendere il suo terreno. Essa vi troverà una difficoltà sempre crescente, a meno che la parte intelligente del pubblico non impari a valutare questo elemento, a tener per necessarie le differenze, quand’anche esse non siano in meglio, quand’anche, nell’opinione di qualcuno, esse siano in peggio. Se i diritti dell’individualità devono mai essere rivendicati, è venuto il momento di farlo, finché molte cose ancora mancano per completare l’assimilazione imposta: — è soltanto al principio che ci si può, con buon esito, difendere contro l’usurpazione. La generale pretesa di rendere gli altri simili a noi cresce quanto più è soddisfatta: se si attende per resisterle, che la vita sia ridotta quasi a un tipo unico, ogni deviazione da questo tipo sarà allora considerata empia, immorale, persino mostruosa e contro natura. Gli uomini diventano rapidamente incapaci di concepire la diversità, quando sono stati per qualche tempo disabituati a vederla.

** da John Stuart Mill, On Liberty (1859) – (traduzione draft / work in progress)

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