Martín Navarro Flores: Palante, “Anarchismo e individualismo”

MARTÍN NAVARRO FLORES — Se non temessi l’affaticamento del lettore in questo viaggio rapidissimo e quasi cinematografico tra le questioni [aperte] e i problemi, ora parlerei di alcune considerazioni che a prima vista mi sono state suggerite dalla lettura di un articolo di Georges Palante, pubblicato nella Revue Philosophique del passato aprile (*), intitolato “Anarchismo e individualismo”.

L’autore si propone di trovare le note culminanti che caratterizzano e distinguono l’individualismo e l’anarchismo, e per questo motivo passa in rassegna le concezioni e il temperamento psicologico dei grandi pensatori che, secondo lui, militano nell’uno o nell’altro campo. Georges Palante sostiene in modo netto e categorico che si debba fare una radicale distinzione fra l’individualismo e l’anarchismo, fondandosi sul fatto che uno è semplicemente un’attitudine intellettuale o sentimentale, mentre l’altro non è più che uno dei sistemi sociali tra gli altri. O, impiegando le sue stesse parole: «L’anarchismo, quale che ne sia la formula particolare, è essenzialmente un sistema sociale, una dottrina economica, politica e sociale che cerca di far passare nei fatti un certo ideale. […] Al contrario l’individualismo ci sembra essere uno stato d’animo, una sensazione di vita, una certa attitudine intellettuale e sentimentale dell’individuo di fronte alla società.» «l’Individualismo è uno spirito di ribellione antisociale, […] una volontà di insorgere contro il determinismo sociale dell’ambiente e separare da esso la propria personalità.» Però questa lotta porta nell’animo del combattente l’idea che, per quanto grande possa essere il suo potere e forti le sue energie, dovrà essere infine vinto e schiacciato; da qui il pessimismo e l’angoscia che affligge tutti gli spiriti che hanno questa disposizione e complessione.

L’anarchico, al contrario, è un uomo di fede e di speranza; crede nel trionfo definitivo del suo ideale e animato dal più solido degli ottimismi muore fiducioso che la Scienza – alla quale rende culto, come dice Berth (Anarchisme individualiste, etc.) –, farà regnare nel mondo quella età dell’oro che i poeti e la tradizione hanno sognato sia esistita nell’epoca prima dell’umanità.

L’autore non cerca di risolvere, e nemmeno di porre, il problema che sorge immediatamente dalle sue prime affermazioni, la cui soluzione comporta precisamente la verità che possano contenere, ovvero: è possibile che un temperamento psicologico, una personalità che possa qualificarsi come individualista sia partigiana di un sistema sociale che rientri nel gruppo degli anarchici? Data la caratteristica che Palante assegna all’anarchismo e all’individualismo, sembra dedursi che questa connessione sia impossibile; o, che è lo stesso, che si respingano, che ci sia una incompatibilità psichica, invincibile, tra la disposizione animica che esige l’individualismo e le concezioni sociologico economiche anarchiche.

Io non voglio entrare ora in una disquisizione psicologica su questo punto, per la quale bisognerebbe esaminare la relazione in cui si trova la psiche industriale e sociale e il modo di operare mutualmente nei suoi sviluppi. Mi basterà rimandare il lettore al quale interessano questi problemi ad alcuni dei capitoli, per esempio, del libro di Baldwin, “Interpretazioni sociali ed etiche dello sviluppo mentale”, che hanno tradotto recentemente con l’accuratezza che c’era da aspettarsi i signori Posada e Jiménez de la Espada; però sì, devo richiamare l’attenzione del lettore su questa antinomia irriducibile che Palante ci dice esistere tra individualismo e anarchismo, che nega precisamente quell’affermazione, tanto corrente e ammessa, che quest’ultimo non sia altro che una evoluzione e un’accentuazione del primo.

Era un’idea riconosciuta quasi unanimemente, finora, quella della dottrina tanto genuinamente individualista e liberale, nel senso tradizionale di queste parole, che lo Stato era un male – posto che limitava lo sviluppo assolutamente libero dell’individuo –, sebbene necessario, poiché era l’unico mezzo che si era potuto trovare per garantirlo nel possesso della sfera della libertà che gli si concedeva, e che ha generato quest’altra, francamente anarchica, che nega la necessità di questo male e crede, al contrario, che da esso nascano forzatamente altri maggiori. Io non dico, per il momento, se questo sia stato detto bene o male; però sì, che una dottrina così universale nel campo della scienza politico-sociale, avrebbe dovuto meritare dall’autore un esame e una critica, prima di mostrarcene una in opposizione a quella secondo la quale essa non sarebbe altro che una doppia fase dell’evoluzione di una sola e medesima corrente di pensiero.

Per il resto, sebbene non mi possa soffermare nemmeno nell’enumerazione di altri problemi interessantissimi che un articolo così pieno di dottrina e di pensiero suggerisce, non ho da terminare senza raccomandarlo a chiunque voglia dare un’occhiata d’insieme a una questione che tanto occupa e preoccupa il pensiero dei giorni nostri.

(Tarragona, Noviembre, 1907)

**Traduzione 2017/2018: © Fabrizio Pinna – Diritti riservati. Testo spagnolo in: Nuestro Tiempo, (Madrid), Año VIII, N. 109, Enero de 1908. Il riferimento è al saggio di Georges Palante, “Anarchisme et individualisme” (Revue philosophique de la France et de l’étranger, n°63, aprile 1907), poi incluso come capitolo finale, il V, in La Sensibilité individualiste, Paris, Félix Alcan, 1909. Martín Navarro Flores (1871-1950), studioso e professore formatosi all’Institución Libre de Enseñanza, fondata da Francisco Giner de los Ríos, si occupava in particolare di psicologia, pedagogia ed etica. Alla fine della Guerra Civil, emigrò in esilio in Messico, dove morì nel 1950.

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