Louis Prat: Georges Palante e l’insociabile sociabilità umana

LOUIS PRAT — Una lettera del filosofo Dugas mi viene ad annunciare la morte inattesa, la morte tragica di Georges Palante, nostro amico.

Misconosciuto, mal giudicato, nauseato (écœuré), ulcerato dalla vita, convinto dell’inutilità di ogni sforzo, Palante lo scorso 5 agosto ha cercato nella morte il grande riposo.

Una bella intelligenza scompare, una bella anima.

Quest’uomo molto dolce, molto buono, aveva senza dubbio troppo sperato dalla vita nell’età dell’adolescenza, allorquando tesseva le sue visioni (rêves) d’avvenire. Più d’ogni altro ha sofferto di queste miserie meschine e irritanti che ci vengono dalle cose e dagli uomini e che bisogna imparare a sopportare se ci si vuole accomodare all’ambiente sociale.

Dopo aver a lungo lottato e coraggiosamente, Georges Palante si è trovato senza forze per resistere.

Io ero, tuttavia, ben lontano dall’attendermi questa triste notizia. Le ultime lettere che avevo ricevuto dal mio amico erano piene di brio. Mi raccontava che molto presto avrebbe potuto chiedere il suo pensionamento. Per lui sarebbe cominciata una nuova vita, più indipendente, più libera; una vita divertita dalle passeggiate, attraverso i boschi, le lunghe falesie di Saint-Brieuc che conosceva bene e che amava. I giorni in cui il brutto tempo lo avesse bloccato, avrebbe letto molto, avrebbe scritto un poco. Avrebbe scritto un libro, il suo libro… Questo libro, ne sono persuaso, ci avrebbe rivelato un Palante nuovo, senza dubbio non inatteso, ma di un pessimismo meno amaro, in qualche modo pacificato.

La vecchiaia non gli è stata accogliente. È arrivata troppo in fretta con le sue infermità e le sue miserie, lasciando il mio povero amico senza forze per reagire.

Non si è dimenticata la polemica ardente che egli ha sostenuto nel 1922, nel Mercure de France, contro Jules de Gaultier. Ho davanti agli occhi le due lunghe lettere che Palante mi scrisse in quel periodo; era desolato, convinto – a torto o a ragione – che si stesse cercando di destituirlo dal Mercure, dove scriveva da tanti anni, dove aveva reso grandi servizi. Il 4 febbraio 1923, egli indirizzava a Valette, in termini violenti, le sue dimissioni che furono accettate.

In una brochure, pubblicata nel 1923 con il titolo di “Una polemica interrotta… o il Bovarismo: un bluff filosofico”, Georges Palante si applica a giustificare la propria attitudine mentale nella sua polemica contro Jules de Gaultier. Quest’attitudine non la devo valutare ma quando, in un articolo sulla morte di Palante, il «Mercure» afferma che separandosi da de Gaultier il nostro povero amico ha perso il suo mentore e si è trovato, in qualche modo, squilibrato, esso afferma un errore. Palante non ha mai avuto bisogno di de Gaultier per essere Palante. Egli non è, non ha mai voluto essere il discepolo di qualcuno. Occupato a mettere in rilievo le sue idee, non si preoccupava delle idee degli altri se non per giudicarle in tutta libertà di spirito.

E la filosofia di Palante – tale come essa appare in questo libro che ci ha lasciato e che resterà: “Le Antinomie tra l’individuo e la società” (*) –, non è un’opera di letteratura ma una dottrina vissuta che esprime con asprezza, con argomenti ai quali è difficile rispondere, tutte le amarezze e tutte le tristezze della vita combattuta (vie de guerre). Mai alcun pensatore mi aveva messo così vigorosamente in rilievo l’insociabile sociabilità umana (**).

La tesi essenziale del libro si può riassumere in poche parole:

È solamente a titolo individuale che l’individuo può avere, nell’ambiente sociale, delle aspirazioni nobili ed elevate. Ma come un individuo superiore potrà elevarsi al di sopra del gregge? Egli sarà necessariamente sacrificato ai mediocri e assorbito da loro. Dacché l’uomo vuole considerarsi come un animale ragionevole, non può più essere un animale politico. D’altra parte, per quanto vigorosa sia la sua individualità, un individuo è impotente a vivere al di fuori del gregge umano. Subito cade, il suo genio cupo, nell’insondabile abisso della mediocrità sociale. La sua ultima risorsa è di chiudersi nella torre d’avorio e guardar morire i suoi pensieri… o anche conficcarsi una pallottola nella testa, davanti al grande oceano, ai piedi di una triste falesia della Bretagna, di fronte a quella dove si annegò, poco più di sessant’anni fa, quest’altro filosofo, anche lui genio misconosciuto, Jules Lequier, che Charles Renouvier chiamava suo maestro!

«Non si direbbe – mi ha scritto Dugas – che ci sono dei luoghi maledetti. Questa baia di Saint Brieuc è stata funesta a Palante come a Lequier. Essa è associata nel mio spirito a queste morti tragiche. Quando la rivedo nell’immaginazione con la sua curva di falesie nude, aride, evoco la sua tristezza e non posso impedirmi di credere che questa tristezza rientri in qualche cosa nelle idee di morte suggerite ai due poveri filosofi solitari».

**Traduzione 2017/2018: © Fabrizio Pinna – Diritti riservati. Testo francese: Louis Prat, Georges Palante, in «La Pensée française», a. IV, n. 106, 26 ottobre 1925
Cfr. Georges Palante, La mentalità del ribelle, Pieffe Edizioni 2018 [a cura di Fabrizio Pinna; ebook Collana MiniMix n. 2; ISBN 978-88-99508-13-5]

NOTE A MARGINE di effe — (*) Prat evidentemente citava a memoria, svariando un po’ il titolo de “Les Antinomies entre l’individu et la société” (fine 1912) e scrivendo “Les Antonomies de la Société et de l’Etat”, ma i suoi riferimenti al contenuto, cioè alle tesi sostenute nel libro da Palante, sono precisi.

(**)  La “insociabile sociabilità umana” — Proseguendo la linea della critica di Schopenhauer, Palante riteneva inconsistente l’“imperativo categorico” e la morale kantiana, ai suoi tempi molto diffusa in ambito accademico anche in Francia come surrogato di comodo del moralismo religioso, e i suoi sparsi riferimenti a Kant in genere sono rivolti unicamente a questo lato polemico, accentuato dai suoi riferimenti a Stirner e Nietzsche. Louis Prat per indicare la conflittualità che esiste tra individuo e società, cardine al quale si ancora tutta la riflessione e meditazione filosofica palantiana, richiama però qui una suggestiva espressione escogitata proprio da Kant, utilizzata nella sua “Idea per una storia universale in un intento cosmopolitico” (1784): «[…] Quarta tesi. Il mezzo di cui si serve la natura per mettere in opera lo sviluppo di tutte le loro disposizione è il loro antagonismo nella società, in quanto però infine diventa causa di un ordine legittimo. — Qui per antagonismo intendo l’insocievole socievolezza degli esseri umani, cioè la loro tendenza a entrare in società che però è connessa con una resistenza pervasiva la quale minaccia costantemente di dividere questa società. La disposizione a ciò sta palesemente nella natura umana. L’essere umano ha una inclinazione ad associarsi perché in una tale situazione sente di più se stesso come essere umano, cioè avverte lo sviluppo delle sue disposizioni naturali. Ma ha anche una grande tendenza a isolarsi, perché trova contemporaneamente in sé l’insocievole caratteristica di voler disporre tutto secondo le sue intenzioni, e perciò si attende ovunque resistenza, così come sa di sé di essere incline, da parte sua, a resistere contro gli altri. È proprio questa resistenza che risveglia tutte le forze dell’uomo, che lo porta a superare la sua tendenza alla pigrizia e, mosso dall’ambizione, dalla sete di potere o dall’avidità di procurarsi una posizione fra i suoi consoci, che non può patire, ma da cui non può neppure separarsi. […]» (Immanuel Kant, «Idee zu einer allgemeinen Geschichte in weltbürgerlicher Absicht,» in Berlinische Monatsschrift, 04 (November), 1784, pp. 385-411; Idea per una storia universale in un intento cosmopolitico, Traduzione dall’originale tedesco di Maria Chiara Pievatolo: http://btfp.sp.unipi.it/dida/kant_7/ar01s02.xhtml#ftn.idp28832000)

(***) Louis Prat (1861-1942), “qui n’est pas un inconnu du public philosophique” scriveva Palante in una delle sue cronache librarie (1913) curate per il Mercure de France; oggi non è più così e i suoi scritti sono praticamente introvabili; Palante, che faceva “profession d’être antimétaphysicien féroce”, ne ha lasciato un breve profilo in cui dice molto anche di se stesso: «Prat è il discepolo e il continuatore originale di Renouvier, del quale è anche l’esecutore testamentario. Egli ha segnato il suo posto nella filosofia francese con una serie di opere la cui ultima, Les Contes pour les Métaphisiciens, merita di essere considerata a parte rispetto alle altre. Mi premuro di dire che io non condivido per niente le idee di Prat. Nemmeno per un istante entro nella dottrina. Io resto alla porta di questo dogma metafisico come resto alla porta del dogma teologico. Mi batto il petto dicendo: Non sum dignus… Ma questo non importa. Questo libro strano, enigmatico, mistico, simbolico e che nello stesso tempo evoca delle grandi figure di ieri – Renouvier, Lequier –, questo libro mi ha sedotto, mi ha risvegliato dal mio torpore antimetafisico. Questo [libro] si legge come un dialogo di Platone, una fantasia (féerie) di Shakespeare, come un dialogo di Renan. E poi, è così inattuale, cosi anacronistico; è così a controfilo di tutto il pensiero contemporaneo! Quello che mi rende Prat simpatico, è che io vedo in lui un originale, un “rivendicatore” a modo suo; un individualista che pensa tutto solo nel suo angolo e che da là proietta in suo fascio di luce sul mondo.» (MdF, 16 marzo 1913, cit. a p. 390; Palante ricordò Prat anche nell’ultima sua cronaca apparsa sul MdF, nel gennaio 1923).

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