L’élite intellettuale e la democrazia / L’élite intellectuelle et la démocratie

Émile Durkheim – Scrittori e studiosi sono dei cittadini; è dunque evidente che essi hanno il dovere vincolante di partecipare alla vita pubblica. Resta da sapere sotto quale forma e in quale misura.

Uomini di pensiero e di immaginazione, non sembra che essi siano particolarmente predestinati alla carriera propriamente politica, perché essa richiede, innanzi tutto, delle qualità d’uomo d’azione.
Anche coloro il cui mestiere è quello di meditare sulla società, anche lo storico e il sociologo, non mi sembrano molto più portati a queste funzioni attive che il letterato e il naturalista, perché si può avere il genio che fa scoprire le leggi generali attraverso le quali si spiegano i fatti sociali nel passato senza per questo possedere il senso pratico che fa divinare le misure che richiede lo stato di un dato popolo in un momento determinato della sua storia. Così come un grande fisiologo è generalmente un mediocre clinico, un sociologo ha molte chance di farsi uomo di Stato molto incompleto.

Senza dubbio, è bene che gli intellettuali siano rappresentati nelle assemblee deliberanti; oltre al fatto che la loro cultura gli permette di apportare nelle deliberazioni degli elementi di informazione che non sono trascurabili, essi sono più di tutti qualificati per difendere, presso i poteri pubblici, gli interessi dell’arte e della scienza. Ma per assolvere questo scopo, non è necessario che essi siano numerosi in Parlamento. Del resto, ci si può domandare se – salvo che in qualche caso eccezionale di geni eminentemente dotati – sia possibile diventare deputato o senatore senza smettere, al tempo stesso, di restare scrittore o studioso tanto queste due sorti di funzioni implicano un orientamento differente dello spirito e della volontà!

È dunque soprattutto, a mio parere, attraverso il libro, la conferenza, le opere di educazione popolare che si deve esercitare la nostra azione. Noi dobbiamo essere, innanzi tutto, dei consiglieri, degli educatori. Noi siamo fatti per aiutare i nostri contemporanei a riconoscersi nelle loro idee e nei loro sentimenti molto più che per governarli; e nello stato di confusione mentale in cui noi viviamo, quale ruolo più utile da giocare? D’altra parte, ne saremo meglio ripagati se limiteremo a questo la nostra ambizione. Intanto guadagneremo più facilmente la confidenza popolare che ci attribuirà meno retro-pensieri personali. Non bisogna che, nel conferenziere d’oggi, si supponga il candidato di domani.

Si è spesso detto che la folla non è fatta per comprendere gli intellettuali, e che è la democrazia e il suo sedicente spirito beota che l’hanno resa responsabile della specie di indifferenza politica della quale studiosi e artisti hanno dato prova durante i primi vent’anni della nostra terza repubblica. Ma ciò che mostra come questa spiegazione sia priva di fondamento, è che tale indifferenza è terminata quando un grande problema morale e sociale è stato posto davanti al paese.

La lunga astensione che l’aveva preceduta veniva dunque molto semplicemente dal fatto che mancava una qualsiasi questione appassionante. La nostra politica si trascinava miserabilmente in questioni di persone. Ci si divideva sul punto di sapere chi doveva avere il potere. Ma non c’erano delle grandi cause impersonali alle quali potersi consacrare, nessuno scopo elevato al quale le volontà potessero occuparsi. Si seguivano quindi, più o meno distrattamente, i minuti incidenti della politica quotidiana, senza provare il bisogno di intervenire. Ma quando una grave questione di principio è stata sollevata, si è visto gli scienziati uscire dai loro laboratori, gli eruditi lasciare il loro studio (cabinet), riavvicinarsi alla folla, mischiarsi alla loro vita, e l’esperienza ha provato che essi sapevano farsi intendere.

L’agitazione morale che questi avvenimenti hanno suscitato non è spenta e io sono di quelli che pensano che essa non debba spegnersi, perché è necessaria. È la nostra calma d’un tempo che era anormale e che costituiva un danno. Che lo si rimpianga o no, il periodo critico aperto dalla caduta dell’antico regime non è ancora chiuso, si svolge; è meglio prenderne coscienza che abbandonarsi a una ingannevole sicurezza. L’ora del riposo non è suonata per noi. C’è troppo da fare perché non sia indispensabile tenere perpetuamente mobilitate, per così dire, le nostre energie sociali. È per questo che io credo la politica trascorsa in questi ultimi quattro anni preferibile a quella che l’ha preceduta. È che essa è riuscita a trattenere una corrente durevole d’attività collettiva, di una certa intensità. Certo, sono lontano dal pensare che l’anticlericalismo basti a tutto; anch’io sono ansioso di vedere la società attaccarsi a dei fini più oggettivi. Ma l’essenziale è non lasciarci ricadere nello stato di stagnazione morale nel quale noi ci siamo troppo a lungo attardati.

NOTA AL TESTO (Note a margine)

**Traduzione / 2016: © Fabrizio Pinna – Diritti riservati. Testo originale: Émile Durkheim, «L’élite intellectuelle et la démocratie», in “Revue bleue”, 5e série, t. l, n. 23, 4 giugno 1904, pp. 705-706.

(effe) – Questo scritto di Durkheim (1858-1917) era incluso nell’ultima serie di interventi tematici apparsi sulla “Revue bleue”, la quale nei numeri del 21 maggio (pp. 641-646), 28 maggio (pp. 673-678) e 4 giugno 1904 (pp. 705-710) pubblicò in tre puntate – con appunto il titolo “L’élite intellectuelle et la démocratie” – le risposte a un’inchiesta di opinione coordinata da un giornalista oggi pressoché ignoto anche nella sua patria, François Maury (1876- 19??), che provava a tirare un po’ le prime fila del rinnovato impegno civile e politico, nato negli ultimi anni sull’onda del caso Dreyfus e della crisi, non solo francese, del ’98.

II. Nella breve presentazione che nel numero del 21 maggio introduceva le prime risposte, era lo stesso François Maury a tracciare sinteticamente alcune linee di fondo che avevano animato la sua inchiesta: «Gli scrittori politici, dopo Schérer, hanno qualche propensione ad affliggersi della mediocrità delle Camere. Essi riconoscono la maestria di tali uomini di Stato od oratori, ma attestano l’insignificanza presunta d’innumerevoli rappresentanti. Essi denunciano l’ostracismo dal quale sono colpite le illustrazioni scientifiche o letterarie. Di fatto, il Parlamento repubblicano è meno aperto dei suoi precedenti ai non professionisti della politica. […] Senza dubbio sarebbe bello che i dirigenti di una democrazia sapessero tutti compensare con il vigore intellettuale la loro mancanza d’esperienza ereditaria. E come non evocare qui la concezione platonica della città antica retta dai sapienti? Conveniamo tuttavia che l’ingerenza dei nostri grandi scrittori e studiosi, così desiderabile, diviene infinitamente difficile. Lo scrutinio universale implica negli eletti una concordanza di sentimenti dei quali il popolo esige delle prove un po’ grossolane. Convincerlo è compito rude. Al potere non si esige più solamente di considerare le asperità delle questioni, ma anche i capricci dell’opinione. La politica è una carriera che richiede un certo genio pratico. In quale misura esso si concilia con il lavoro scientifico o letterario?» [“Revue bleue”, n. 21, 21 maggio 1904, pp. 641-642; il riferimento di apertura è a Edmond Schérer (1815-1889), in particolare al suo pamphlet La démocratie et la France (ottobre 1883), Parigi, Librairie Nouvelle, 1884, un libello che si iscrive nella tradizione politico/culturale del cosiddetto liberalismo “aristocratico” ottocentesco (studiato a fondo da Alan Kahan): secondo l’opinione di Schérer, che fu eletto senatore a vita nel 1875, “Le vice de la démocratie est une notion abstraite et chimérique de l’égalité humaine” (p. 64), il principale “vizio della democrazia è una nozione astratta e chimerica dell’uguaglianza umana”].

III. È superfluo ricordare qui quanto la questione dei rapporti intellettuali / politica abbia attraversato tutto il Novecento, dando luogo fino ai giorni nostri a ciclici dibattiti, letteralmente inconcludenti nonostante le immancabili periodiche dichiarazioni di presunte morti. Va ricordato invece che gli anni dell’inchiesta erano quelli in cui Durkheim stava riuscendo a imporre in Francia la sociologia come disciplina accademica autonoma, come traspare anche nel breve cappello introduttivo al suo intervento apparso sulla “Revue bleue”: «Nel suo possente sforzo per costituire una sociologia indipendente e veramente scientifica, il sig. Émile Durkheim ha trascurato sistematicamente la politica. Il metodo contrario, l’ambizione di riorganizzare la società sconvolta dalla Rivoluzione francese, non l’hanno punto incitato a una fastidiosa precipitazione, smarrito Saint-Simon e Auguste Comte? Per il sig. Durkheim, si sa, la scienza sociale si deve edificare lentamente su un ammasso di osservazioni minuziose. Ma appunto, oggettiva e definitiva, essa è feconda in ispirazioni utili all’uomo d’azione. Fedele, pare, a questo principio il grande sociologo rivendica per il pensatore un ruolo d’educatore, senza preoccuparsi che egli entri in Parlamento.»

In effetti, studi approfonditi oggi “montrent clairement que les ouvrages portant sur l’activité politique étaient marginaux dans ses centres d’intérêt”, ma rimane ugualmente complesso il rapporto di Durkheim con le idee (e le ideologie) politiche della sua epoca, che del resto sono tornate negli ultimi anni a intrecciarsi con i dibattiti attuali, come ben riassume anche un saggio recente di Yves Sintomer, « Émile Durkheim, entre républicanisme et démocratie délibérative », Sociologie 4/2011 (Vol. 2), pp. 405-416 — URL : www.cairn.info/revue-sociologie-2011-4-page-405.htm — DOI : 10.3917/socio.024.0405

IV. Una edizione facsimile digitale dei 3 numeri della rivista con tutte le risposte all’inchiesta la si può trovare negli archivi online di Gallica. Per comodità di chi legge anche in francese, si dà comunque qui di seguito la trascrizione integrale del testo di Durkheim in lingua originale.

L’élite intellectuelle et la démocratie – Écrivains et savants Revue Bleuesont des citoyens ; il est donc évident qu’ils ont le devoir strict de participer à la vie publique. Reste à savoir sous quelle forme et dans quelle mesure.

Hommes de pensée et d’imagination, il ne semble pas qu’ils soient particulièrement prédestinés à la carrière proprement politique; car celle-ci demande, avant tout, des qualités d’hommes d’action. Même ceux dont c’est le métier de méditer sur les sociétés, même l’historien et le sociologue, ne me paraissent pas beaucoup plus aptes à ces fonctions actives que le littérateur ou le naturaliste; car on peut avoir le génie qui fait découvrir les lois générales par lesquelles s’expliquent les faits sociaux dans le passé sans posséder pour cela le sens pratique qui fait deviner les mesures que réclame l’état d’un peuple donné, à un moment déterminé de son histoire. De même qu’un grand physiologiste est généralement un médiocre clinicien, un sociologue a bien des chances pour faire un homme d’État fort incomplet. Sans doute, il est bon que les intellectuels soient représentés dans les assemblées délibérantes; outre que leur culture leur permet d’apporter dans les délibérations des éléments d’information qui ne sont pas négligeables, ils sont plus qualifiés que personne pour défendre, auprès des pouvoirs publics, les intérêts de l’art et de la science. Mais pour s’acquitter de cette tâche, il n’est pas nécessaire qu’ils soient nombreux dans le Parlement. D’ailleurs, on peut se demander si — sauf dans quelques cas exceptionnels de génies éminemment doués — il est possible de devenir député ou sénateur, sans cesser, dans la même mesure, de rester écrivain ou savant tant ces deux sortes de fonctions impliquent une orientation différente de l’esprit et de la volonté!

C’est donc surtout, à mon sens, par le livre, la conférence, les œuvres d’éducation populaire que doit s’exercer notre action. Nous devons être, avant tout, des conseilleurs, des éducateurs. Nous sommes faits pour aider nos contemporains à se reconnaître dans leurs idées et dans leurs sentiments beaucoup plutôt que pour les gouverner ; et dans l’état de confusion mentale où nous vivons, quel rôle plus utile à jouer? D’autre part, nous nous en acquitterons d’autant mieux que nous bornerons là notre ambition. Nous gagnerons d’autant plus facilement la confiance populaire qu’on nous prêtera moins d’arrière-pensées personnelles. Il ne faut pas que, dans le conférencier d’aujourd’hui, on soupçonne le candidat de demain.

On a dit pourtant que la foule n’était pas faite pour comprendre les intellectuels, et c’est la démocratie et son soi-disant esprit béotien que l’on a rendus responsables de l’espèce d’indifférence politique dont savants et artistes ont fait preuve pendant les vingt premières années de notre troisième république. Mais ce qui montre combien cette explication est dénuée de fondement, c’est que cette indifférence a pris fin dès qu’un grand problème moral et social a été posé devant le pays. La longue abstention qui avait précédé venait donc tout simplement de ce que toute question, de nature à passionner, faisait défaut. Notre politique se traînait misérablement dans des questions de personnes. On se divisait sur le point de savoir qui devait avoir le pouvoir. Mais il n’y avait pas de grande cause impersonnelle à laquelle on pût se consacrer, point de but élevé auquel les volontés pussent se prendre. On suivait donc, plus ou moins distraitement, les menus incidents de la politique quotidienne, sans éprouver le besoin d’y intervenir. Mais dès qu’une grave question de principe a été soulevée, on a vu les savants sortir de leur laboratoire, les érudits quitter leur cabinet, se rapprocher de la foule, se mêler à sa vie, et l’expérience a prouvé qu’ils savaient s’en faire entendre.

L’agitation morale que ces événements ont suscitée n’est pas éteinte et je suis de ceux qui pensent qu’elle ne doit pas s’éteindre; car elle est nécessaire. C’est notre accalmie d’autrefois qui était anormale et qui constituait un danger. Qu’on le regrette ou non, la période critique ouverte par la chute de l’ancien régime n’est pas close, il s’en faut ; il vaut mieux en prendre conscience que de s’abandonner à une sécurité trompeuse. L’heure du repos n’a pas sonné pour nous. Il y a trop à faire pour qu’il ne soit pas indispensable de tenir perpétuellement mobilisées, pour ainsi parler, nos énergies sociales. C’est pourquoi je crois la politique suivie dans ces quatre dernières années préférable à celle qui a précédé. C’est qu’elle a réussi à entretenir un courant durable d’activité collective, d’une certaine intensité. Certes, je suis loin de penser que l’anticléricalisme suffise à tout; j’ai même hâte de voir la société s’attacher à des fins plus objectives. Mais l’essentiel était de ne pas nous laisser retomber dans l’état de stagnation morale où nous nous sommes trop longtemps attardés.
Émile Durkheim

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