GLI AMICI PIÙ CARI – giallo fantasy di Laura Sergi (Parte 1)

LAURA SERGI – ‘Maura, ti senti male? – domanda Domenico, mentre la guarda preoccupato girare nel giardino dalla finestra della villetta -. Mannaggia, di nuovo!’, pensa, mentre osserva i fogli che ha in mano e che deve controllare prima di sera, se non vuole sottostare all’ennesima sfuriata del principale via telefono.
‘Maura, aspetta, vengo giù…’, dice con un moto di stizza, mentre caccia le pagine alla rinfusa sul tavolo. La moglie è nuovamente appoggiata al tronco di un albero, e sta parlando da sola.
La raggiunge, ha il volto perso. Sorride come se fosse in discussione con qualcuno che non c’è, e che solo lei vede.
‘Tesoro, senti… Ascoltami, Maura! – la scuote per le spalle, la abbraccia -. Non c’è nessuno… Lo vedi che non c’è nessuno?’, e mostra la mano che volteggia libera proprio davanti a lei, e schiaffeggia l’aria.
La donna gli rivolge uno sguardo di rimprovero, poi si volta verso un punto preciso alla sua sinistra, come se quel qualcuno che solo lei vede avesse fatto qualche passo per sottrarsi ai movimenti della mano del marito.
‘Maura!’, dice ora Domenico in un sussurro, mentre le scuote la testa. Niente, deve decidersi e chiamare lo specialista, sua moglie così non può andare avanti.

‘E quindi…?’, domanda Domenico ora, spaventato e confuso, al luminare che sta seduto sul divano del suo salotto, mentre il medico di famiglia ostenta sicurezza fumando in tranquillità nella poltrona al suo fianco.
‘Il professor Cassini le sta dicendo che non c’è altra alternativa al ricovero – interviene ora spegnendo la sigaretta nel portacenere -. Questo non è il momento di tisane e tranquillanti! È una situazione più pesante, anche se non pericolosa, e per il bene di sua moglie occorre scegliere la via più difficile, che è quella di una permanenza nella sua clinica… Vedrà, tempo un mese, forse due, e sua moglie ritornerà quella di prima!’.
Domenico sfoglia i depliant appoggiati al tavolino. Una clinica di lusso affacciata su una spiaggia piena di palme, alte prestazioni, garanzia di successo pressoché assicurata. D’altronde, i mezzi economici non gli mancano.
‘Va bene – dice infine -. Ricoveriamola’.

Nessuno l’ha sentita, ma Maura è appoggiata allo stipite della porta, che è rimasta socchiusa. Ha ben udito tutta la conversazione. Gli spiace per tutte queste noie che sta procurando al marito: d’altronde, se lui non li vede, cosa può pensare di lei se non che è pazza?
Sorride mentre ritorna a piccoli passi silenziosi al letto, e si corica. Un po’ stanca lo è: tutte quelle domande assurde, sempre le solite. E poi è diventato sempre più difficile far credere agli altri che stai davvero inghiottendo una pastiglia, quando hai invece voglia di lanciarla come un proiettile per la stanza, e la trattieni sotto la lingua. ‘Li vedo! Ci sono! Ci parlo…’, vorrebbe dire ora, e provare a urlare con più forza e convinzione di quanta ne abbia mai dimostrato in passato.
Ma no, non servirebbe a niente: la colpa non è sua. È di quegli stupidi con la bocca piena di paroloni e sorrisi falsi, che credono di sapere cosa c’è al mondo e cosa non c’è, e sia solo una fantasia della sua testa.
Gli elfi con cui lei parla, gli elfi che esistono davvero.
Che poi, a definirli elfi, ce n’è voluto! S’era dovuta leggere tutti i libri di fiabe, di mitologia antica, di storie misteriose che le aveva regalato il nonno, e che aveva relegato nel punto più inarrivabile della biblioteca, ai tempi del suo matrimonio. A lei, fin da bambina, piacevano le avventure di Salgari o di Verne, al limite la fantascienza, ma le favole sugli abitanti dei boschi… no, quelle le aveva sempre rifiutate! E invece, da un certo giorno in poi, che grande scorpacciata di gnomi, di fate, di folletti e infine… di elfi, creature che indossano uno strano copricapo fuori moda.
Tutto cambiò quel pomeriggio. Era insoddisfatta, nervosa, uno di quei giorni ‘no’ in cui sei in preda al malumore, con il marito perennemente rinchiuso nello studio a lavorare, e un’amica con la quale doveva andare a fare shopping che all’ultimo minuto aveva avuto un imprevisto. S’era quindi ritrovata a girare per il giardino che circondava casa sua e poi, chissà perché, aveva aperto il cancello e s’era avviata lungo una stradina che raggiungeva la cima di una collinetta: un percorso che un tempo facevano sempre insieme, nei primi anni di matrimonio. Con un cestino pieno di provviste, quanti picnic sull’erba, vicini al ruscello, con la bella stagione!
Quel giorno, con tanta malinconia addosso, lungo la via aveva provato la strana sensazione di non aver più voglia né di proseguire, né di tornare indietro, e si era buttata a ridosso del tronco di un albero, fregandosene di macchiarsi i pantaloni bianchi da passeggio.
Forse voleva solo meditare, calmarsi un poco e, rasserenata, tornare a casa. Invece s’era addormentata, complici le temperature primaverili, il cinguettio degli uccellini, alcune lucertole che si crogiolavano al sole.
L’avevano svegliata alcune voci allegre che si rincorrevano nel prato, a poca distanza da lei. Per un po’ aveva osservato in silenzio quel gruppo di ragazzi pieni di voglia di vivere, sorridendo lei stessa dei loro giochi. Poi erano cominciate le domande, nella sua testa: che strano!, mai visto nessuno da quelle parti… Si era alzata per andare loro incontro, aspettandosi di trovare una serie di motorette lungo la stradina, e non aveva visto nulla. Eppure case, lì intorno, non ce n’erano: la sua, molto più in basso, confinava solo con quella di una coppia di anziani sempre soli, che non ricevevano mai la visita dei loro figlioli, figuriamoci dei nipoti!
‘Ragazzi! Da dove venite?’, aveva domandato allegramente.
Poi, a ricordarlo, quello che successe le parve un incubo: nella realtà, in quel momento si sentiva solo stranita e confusa, di fronte a tutti quegli occhi che la guardavano con malumore, senza risponderle, con sguardi imbronciati, raccogliendo di corsa le loro cose e riparandosi dietro alcuni alti cespugli, a pochi passi da loro.
Nessuno che le rispondeva: perché?, si domandava.
‘Scusate, non volevo disturbarvi…’, aveva detto allora, rammaricata. Ma, per farsi ascoltare senza urlare, doveva andare loro incontro, cercando di raggiungerli oltre i rovi, dove sicuramente si erano nascosti.
E giunta qui, invece, ciò che vide la sconvolse: le tremarono i piedi, le mancò la voce, e sentì freddo in tutto il corpo. Forse, sarebbe più giusto dire ciò che non vide: oltre i rovi non c’era nessun ragazzo!

‘Come si sente? Un po’ meglio?’, domanda l’uomo con il camice bianco e una lunga barba. Maura sorride e si sistema meglio nel letto, aggiustandosi il colletto della camicia da notte e sospirando appena. ‘Inizia la tortura del lunedì…’, pensa, mentre continua a sorridere.
‘Si stanca mica troppo il pomeriggio? Preferisce che la passeggiata sia un po’ più corta?’, domanda amorevole, mentre fa segno al codazzo di dottori che l’accompagnano di uscire. Premuroso, uno di questi, il più giovane, si attarda ancora un attimo a spostare più vicina a lui una seggiola. Ma deve avere calcolato male le distanze, perché il professore un passetto lo deve proprio fare, per avvicinarsela a lui, e lo fa con stizza.
‘Mi racconta, Maura, le sue giornate?’, dice, recuperando quel tono che lui crede sicuro e dolce, in realtà mieloso da dar nausea. E ancora: ‘Non le spiace, vero, se la chiamo per nome? Potrei essere suo padre!’.
Maura fa per parlare e poi serra le labbra, guarda in basso timida e timorosa, rialza lo sguardo e sorride. Intanto pensa: ‘Vecchio barbagianni del cavolo!’.
‘Si sente un po’ intontita?’, domanda ancora l’anziano professore e attende, paziente, di sentire finalmente la sua voce.
‘S-sì…’, si decide finalmente a rispondere la donna, dopo aver contato fino a cinque, sforzandosi di non guardare vicino all’armadio.
‘Ha sicuramente voglia di tornare a casa, da suo marito, vero? Ma dobbiamo trattenerla ancora un po’ qui… Ma non dubiti mai – e le stringe un goccio il polso –, mai! Mi ha capito? Tutto ritornerà come prima, e lei sarà ancora la stessa moglie di prima, una donna allegra, serena, piena di amiche…’.
Maura continua a sorridere, a volte fa qualche smorfia con le labbra, ma appena appena, come le hanno insegnato: fare la bambina innocente, non lanciare mai occhiate indagatrici, non cercare di capire quello che le si sta dicendo. In una parola: obbedire docilmente, perché questa sarebbe la conseguenza delle pillole con cui la stanno bombardando.
La tentazione di guardare vicino all’armadio si fa sempre più forte. Allora china indietro la testa, come per un improvviso colpo di sonno. Tutto calcolato, tutto studiato. Adesso il professore le metterà il braccio in posizione più distesa, contando il ritmo del polso, scriverà qualcosa sul librone che tiene in mano, e finalmente uscirà dalla stanza.
Ora è libera di dare un’occhiata fulminea verso l’armadio: l’elfo seduto sul vaso di un’alta pianta le sorride, e le lancia un ‘ok’ soddisfatto. E lei può decidersi finalmente di dormire davvero.

‘Com’è iniziato tutto questo?’, si domanda per l’ennesima volta Domenico, mentre guida l’auto sull’autostrada che lo porterà alla consueta visita settimanale in clinica. ‘Due mesi al massimo!, avevano detto. Uno è già trascorso e non è che la cosa sia migliorata granché. Non ha più vaneggiato, d’accordo, ma neppure è ritornata la Maura di prima. È sempre assonnata, docile fin troppo, una larva rispetto a quella donna piena di vita che mi stava accanto… E io non ho intenzione di vivere così… Non potrei davvero vivere con una matta! E spero, spero davvero di non aver buttato via i miei soldi…’.
Una sosta all’autogrill, un caffè bevuto di corsa, e Domenico si rimette alla guida. Non è il tipo d’uomo che perde tempo, che si mette a riflettere, che indugia sulle cose. Ha un brillante avvenire come commercialista, ed è tempo che si metta per conto suo. ‘Questa cosa proprio non ci voleva… – si lamenta ancora tra sé -. Mi sta facendo trascurare quello che avrei dovuto fare per aprire un elegante studio in pieno centro: solidi agganci, due o tre nomi altisonanti da seguire, qualche consulenza, piccole imprese di prestigio. E, ogni tanto, anche qualche ricevimento con una moglie perfetta padrona di casa, di quelle che tutti lodano…’.
Mentre parla, gesticola con la mano destra: a stringere il volante, per un provetto guidatore come lui, basta una lieve pressione della sinistra.

Ora il ricordo va a quel giorno maledetto, quando scoppiò tutto: Maura che tornava a casa barcollante, asserendo d’aver visto-non più visto un gruppo di ragazzini, vestiti di verde e azzurro, con uno strano cappellino di stoffa! Per Maura dovevano essere tutti fratelli o cugini al massimo, perché se avevano tutti lo stesso difetto: le orecchie un po’ a punta… Per lui, era l’inizio di un incubo: avrebbe preferito che lei fosse caduta e si fosse fratturata gambe e braccia! Tutto sarebbe stato meglio che quell’orrore che aveva provato quando lei continuava a parlarne, piangeva perché lui non le credeva, e minacciava addirittura di lasciarlo visto che non aveva fiducia in lei!

Anche Maura ricordava spesso quella prima passeggiata solitaria, perché la sua vita da allora era cambiata. Per colpa del grosso litigio con il marito, era andata a dormire presto, senza neppure cenare. Poi, in piena notte, si era messa a pensare e, come in un lampo, aveva ricordato la figura di un libro che il nonno le aveva regalato da bambina, e che lei non aveva mai letto: in copertina… sì, in copertina, c’era un essere con le orecchie a punta, un essere magico.
Era scesa facendo attenzione a non svegliare il marito, era andata in salotto e si era arrampicata fino a recuperare quel libro d’un tempo, giusto per dare un nome, un possibile nome!, a quelle figure che aveva visto. Poi, la ricerca s’era allargata ad altri volumetti, infine aveva acceso il computer: sotto la parola ‘elfo’, il motore di ricerca suggeriva una gamma infiniti di siti. Ne aveva leggiucchiato qualcuno, ne aveva aperto altri e subito richiusi: la faccenda era complicata.
‘Ma io – si era domandata a voce suffusa – penso di avere veramente visto degli elfi?’.
Un attimo di silenzio, poi si era data la risposta: ‘Sì. E non sono scema’.
Da quel poco che stava imparando, non erano le uniche figure mitologiche esistenti, ma erano le uniche che lei avesse visto. Non sapeva bene come inquadrarle: sotto la voce ‘elfi’ si apriva una grande classificazione (elfi dei boschi, elfi della notte, etc.), ma la cosa la lasciava indifferente. La incuriosiva che fossero sempre esseri non ben disposti a parlare con gli umani, che era poi quanto era successo con lei.
Le prime luci dell’alba le avevano fatto chiudere di corsa il computer, e si era sbrigata a rimettere a posto i libri. Suo marito era abituato ad alzarsi molto presto: occorreva studiare un piano di battaglia.
Sarebbe tornata a letto, finto di aver riposato tutta la notte, ma con calma avrebbe provato a spiegare a Domenico che non si era inventata nulla, e stava benissimo!

Ma anche suo marito era andato a coricarsi con un piano di battaglia ben chiaro in testa: il litigio della sera prima era niente, se sua moglie si fosse intestardita con quella storia. Lui voleva al suo fianco una donna matura, utile ornamento nella sua scalata al successo, non una bambina influenzabile, che non sapeva distinguere un sogno dalla realtà: l’aveva detto lei, d’altronde, che si era addormentata appoggiata ad un tronco d’albero! E se si fosse dimostrato che non era la donna fatta per lui… bene, più di tanto non ci avrebbe pianto sopra. Oh, l’amore, l’amore… roba per donnicciole!

E la mattina dopo, infatti, ritornarono le parole grosse: ci provò Maura a farsi ascoltare, lo implorò di crederle, poi cedette.
‘Va bene, come vuoi tu…’, disse alla fine, chinando il capo.
‘Va bene? Cosa vuol dire: ‘va bene’?’, le aveva chiesto lui, smarrito.
‘Che non te ne parlerò più!’, aveva risposto lei.
E il marito, ottenuto questo, pensò di potersi accontentare. Solo non aveva capito che da quel giorno, tutti i pomeriggi, lei avrebbe percorso quel sentiero verso la cima della collina, per ritornare affranta e distrutta due ore dopo, salvo il tentativo di indossare un sorriso di proforma non appena lo vedeva.
Alla fine si era deciso a seguirla: arrivata ad uno spiazzo verde, l’aveva vista accovacciarsi sull’erba, chiamare ad alta voce i ragazzi, e abbandonarsi contro il tronco di un albero in un’attesa infinita.
Era stato allora che era ritornato indietro e, giunto a casa, aveva chiamato il medico di famiglia.

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