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CULTURA E RIFLESSIONI DI VARIA UMANITÀ — RIVISTA CORSARA… CON UN SUO PORTO AD ALBENGA E SAVONA, LIGURIA!

Georges Palante: Conformismo, caratteri e mentalità delle piccole città (L’Esprit de petite Ville)

in Filosofia e Scienze umane/Pieffe Edizioni/Psicologia/Saggistica/Sociologia/Traduzioni

GEORGES PALANTE – Lo studio della piccola città può offrire un certo interesse alle persone curiose della psicologia sociale. Questo spirito presenta un impressionante esempio delle influenze oppressive che esercita su un individuo l’ambiente sociale nel quale evolve.

Così come la professione che esercitiamo (1), anche la città che abitiamo alla lunga influisce sulla nostra conformazione spirituale (tournure d’esprit) e ci avviluppa in una trama di piccole sorde fatalità che opprimono e deprimono la nostra individualità.

La psicologia della piccola città è stata fatta spesso. I moralisti e i romanzieri si sono compiaciuti a rendere i toni grigiastri (grisaille) di questi piccoli ambienti sociali inerti e stagnanti, simili a quello stagno di carassi del quale parla la piccola Bolette ne La donna del mare (2) e dove lei vede l’immagine della sua esistenza imprigionata e sbiadita. Tutti hanno presente alla memoria il famoso passo di La Bruyère sulla piccola città «così seducente da lontano e che sembra dipinta sul declivio della collina… Io mi stupisco e dico: che piacere vivere sotto questo bel cielo e in questo soggiorno così delizioso. Scendo nella città, dove non ho dormito due notti, che già rassomiglio a coloro che la abitano; voglio uscirne». Non ci si è dimenticati nemmeno della Piccola città tedesca di Kotzebüe, con i suoi tipi dei borghesi e delle borghesi infatuate della mania dei titoli. Édouard Rod ha dato nel suo romanzo L’innocente un dipinto tragico dell’anima della piccola città: «Là ci si sente – ha detto – in un piccolo mondo ben a parte, che deve avere le sue leggi speciali, la sua particolare gravitazione» (p. 20). Non ci si è dimenticati nemmeno L’olmo del viale (L’Orme du Mail) di Anatole France, quest’olmo della passeggiata della piccola città che domina tutto il romanzo, come simbolico testimone degli intrighi e delle passioni della vita provinciale. Nel suo romanzo Lo sprofondamento (L’enlisement) Camille Vergniol ha tracciato uno schizzo molto vivo di piccola città meridionale. Citiamo ugualmente i bozzetti di vita provinciale di Jean Breton intitolati Alla mia finestra (A ma fenêtre) (3).

Tutti questi studi testimoniano l’interesse di curiosità che si è rivolto alla vita e alla mentalità della piccola città.

Le città dove lo Spirito di piccola città si manifesta con maggiore intensità sono, sembrerebbe, quelle che hanno una popolazione molto stabile. Al contrario, nelle città dove si ha un via vai continuo di arrivi e di partenze questo spirito si forma difficilmente. Là dove la popolazione è molto sedentaria, tutte le famiglie della città si conoscono; esse seguono la loro storia da molti anni. Tutti gli abitanti sono interessati ai fatti e ai gesti del vicino. Non si perdono mai di vista e sottomettono il nuovo venuto, dal momento in cui si presenta, allo stesso controllo inquisitoriale.

Questa stabilità della popolazione comporta come conseguenza una grande uniformità di costumi, di modi di vivere, di giudicare e di sentire. Tra gente che vive insieme in un circolo stretto, condividono le stesse impressioni e le stesse preoccupazioni, abituati a incontrarsi ogni giorno negli stessi posti e alle stesse ore, alla lunga si stabilisce un conformismo mentale alla formazione del quale la suggestione non è certamente estranea.

Ci sono delle città dove si può notare che la gente ha la stessa andatura rigida e compassata. Ciò è senza dubbio un fenomeno di imitazione incosciente al quale gli stessi nuovi venuti fanno fatica a sfuggire. Max Nordau ha notato questo fenomeno di mutua suggestione che agisce, secondo lui, con una grande energia anche tra gli abitanti delle grandi città, a dispetto delle loro differenze etniche. «È così – dice questo sociologo – che gli abitanti delle grandi città acquisiscono la stessa fisionomia morale sebbene, come regola generale, essi abbiano le origini più diverse e appartengano a numerose razze». «Un berlinese, un parigino, un londinese hanno delle proprietà psichiche che li differenziano da tutti gli individui estranei alla loro città. Queste proprietà possono avere delle radici organiche? Impossibile, perché la popolazione di queste città è un miscuglio dei più vari elementi etnici. Ma essa è sotto l’influenza delle stesse suggestioni e mostra perciò necessariamente negli atti e nei pensieri questa uniformità che stupisce tutti gli osservatori» (4).

Se la suggestione agisce a tal punto tra gli abitanti delle grandi città a dispetto delle loro differenze etniche, come a maggior ragione dovrà essere potente su della gente che appartiene alla stessa razza e che conduce da molte generazioni lo stesso genere di vita! Così si stabilisce questo conformismo mentale della piccola città che tende a cancellare il più possibile i tratti dell’individualità: «La consuetudine, la pedagogia, i costumi concorrono a fare degli abitanti di una stessa città un solo uomo tanto vicino quanto possibile all’automa, incapace anche di regredire verso l’antropoide ancestrale» (5).

Vincolata a questo conformismo, la piccola città è risolutamente misoneista. Gli abitanti della piccola città sono abituati a una lotta per la vita meno aspra di quella delle grandi città. Essi sono contenti (heureux) di questa tranquillità e vedono come un pericolo ogni elemento nuovo suscettibile di modificare le condizioni del loro equilibrio economico e sociale. Certe piccole città spingono molto lontano questo spirito di misoneismo. Si pensi a quelle che, al momento della creazione di una linea ferroviaria, hanno rifiutato, per misoneismo, di essere incluse nel tracciato della nuova linea.

Altre volte si è vista la piccola città, combinando il misoneismo e la preoccupazione dei buoni costumi, rifiutare una guarnigione nella quale essa vedeva un pericolo per la virtù delle sue donne.

Questo misoneismo della piccola città agisce ugualmente nelle relazioni della vita privata. Il nuovo arrivato nella città se è solo di passaggio attirerà poco l’attenzione e non ecciterà la diffidenza. Ma se viene per fermasi nella città deve rassegnarsi a subire un periodo d’acclimatamento durante il quale si troverà più o meno sottoposto alla diffidenza misoneista dei suoi nuovi concittadini.

Forse conviene fare un’eccezione per i casi in cui il nuovo venuto è un funzionario. In questo caso egli è categorizzato in anticipo. Da quando arriva si sa chi è, e che cosa viene a fare. Ufficiale, professore, impiegato ai Tributi o al Registro, egli porta ostentatamente la sua etichetta sociale o, come si dice nella Piccola città tedesca di Kotzebüe, il suo titolo. Sicché suscita poca diffidenza.

Ma se si tratta di un individuo che viene a installarsi nella piccola città senza portare la rassicurante etichetta del funzionario, le diffidenze si sollevano intorno a lui, le curiosità si esasperano come attorno a un essere enigmatico e inquietante.

Questa inquietudine della piccola città non cessa se non quando essa ha la formula sociale del nuovo venuto, quando sa chi è lui e che cosa viene a fare. Ci si ricordi ne La conquista di Plassans la smania di curiosità degli abitanti che volevano a ogni costo sapere perché l’abate Faujas avesse lasciato Besançon.

Per mettere completamente le mani sul nuovo venuto, la piccola città ricomincerà fino a quando non l’avrà categorizzato socialmente, non gli avrà assegnato un posto definito nell’organismo complicato delle caste, delle consorterie, dei partiti di ogni genere che si disputano l’influenza.

Ci si ricordi qui il tratto notato da La Bruyère. La piccola città è il luogo del mondo dove fioriscono nella loro più squisita bellezza le distinzioni e le gerarchie sociali: «C’è una cosa – dice – che non si è vista sotto il cielo e che secondo ogni apparenza non si vedrà mai. È una piccola città che non sia divisa in qualche partito e dove la querelle dei ranghi non si risvegli in ogni momento» (6).

È dopo queste minuziose distinzioni che il nuovo venuto sarà categorizzato. A seconda della sua professione, della sua situazione di fortuna, delle sue relazioni, a seconda di ciò che pensi o si suppone pensi in materia religiosa o politica, egli sarà irregimentato – di buono o di mal grado – in tale o talaltro clan. La piccola città, come ogni collettività, ha in diffidenza l’isolato, l’individuo che non è categorizzato ed etichettato a dovere.

Per assimilarsi completamente alla società della piccola città, il nuovo venuto dovrà quindi prendere parte alle querelle locali. Dovrà essere Guelfo o Ghibellino, Montecchi o Capuleti. Dovrà soprattutto avere il senso delle gerarchie sociali e «restare nei ranghi». Apprenderà a misurare l’ampiezza dei suoi togliersi il cappello [in proporzione] al rango sociale della persona che saluta e a stabilire dei gradi nella cordialità della sua stretta di mano seguendo lo stato di fortuna della gente con la quale ha a che fare.

Il misoneismo della piccola città è talvolta impietoso. Da nessun’altra parte è stato descritto in una maniera più impressionante che nel romanzo di Rod, L’innocente. Qual è, di fatto, la causa per la quale la piccola città che Rod descrive si accanisce sulla toccante e dolorosa eroina di quella storia se non il fascino esotico di quella giovane donna che staglia troppo sull’ambiente borghese, sgradevole (revêche) e avvizzito (ratatiné) nel quale è caduta? E l’autore spiega mirabilmente il determinismo sociale in virtù del quale, in quell’ambiente laborioso e virtuoso ma tetro e malevolo, la sua eroina debba avere la sorte «di una strelitzia caduta da un alveare e divorata dallo sciame». Rod ce la mostra perseguitata da quest’odio di piccola città, attaccata nella sua reputazione, nelle sue amicizie, nei suoi figli, e alla fine soccombente, vittima di uno di quei rancori collettivi cento volte più tenaci e più implacabili dei rancori individuali, ma che trovano più facilmente grazia di fronte ai moralisti ufficiali abituati a rispettare la decisione del numero e a dare sempre ragione al gruppo, quale che sia e comunque valga, contro l’individuo.

Se la piccola città spesso esagera la sua diffidenza nei riguardi dello straniero, essa è portata ancora di più a esagerare la buona opinione che ha di se stessa. Si chiama spirito di campanile questo patriottismo locale che è spesso molto suscettibile. Schopenhauer nota da qualche parte molto finemente che molti uomini, in assenza di qualità individuali delle quali possano essere fieri, sono portati a inorgoglirsi della collettività della quale fanno parte (7). Questo «orgoglio a buon mercato», seguendo l’espressione di Schopenhauer, è un sentimento molto diffuso. Ed è così che la piccola città è molto fiera delle proprie glorie locali, del proprio passato storico, dei propri vantaggi climatici, etc. Al contrario, essa dissimulerà le proprie tare e le proprie laidezze. Questo spirito di corpo degli abitanti di una piccola città è stato descritto in un modo magistrale da Ibsen nel suo dramma Un nemico del Popolo, nel quale si vedono gli abitanti di una piccola città norvegese organizzare la cospirazione del silenzio per tacere il segreto (la contaminazione delle acque) che, divulgato, avrebbe compromesso la prosperità dello stabilimento balneare.

Ci sono nelle piccole città delle parole d’ordine utili all’egoismo collettivo e alle quali l’individuo si deve conformare, sotto pena di incorrere nelle rappresaglie della società. Queste parole d’ordine sono le più imperiose poiché l’opinione pubblica – o, come dice Ibsen, l’opinione della «maggioranza compatta» – è una potenza più tirannica nelle piccole città che da qualsiasi altra parte. Molta gente passa la sua vita in una preoccupazione continua del che-cosa-ne-diranno? Anche Rod [nel suo romanzo] ha annotato in tratti vigorosi questa onnipotenza dell’opinione nelle piccole città che paralizza tutte le generosità, tutti i sentimenti spontanei e naturali. Aggiungiamo che frequentemente l’opinione pubblica porta dei giudizi assai differenti sulle persone e gli avvenimenti. Questa varietà di giudizi dell’opinione si spiega con la differenza delle categorie sociali. È così che ne Il manichino di vimini si vedono tutte le dame della borghesia sostenere ostinatamente l’innocenza della signora Bergeret, perché questa dama è della loro «società», mentre le altre parti della popolazione sono dell’avviso contrario.

Se si esamina un po’ da vicino la morale della piccola città, si vede subito che lo spirito alla quale essa si ispira è innanzitutto lo spirito di casta, o meglio lo spirito di classe. La morale della piccola città è la tutrice delle distinzioni sociali. Essa ama conservare i privilegi di rango e consacrare le superiorità sociali. Essa ha il rispetto per la «gente influente», di questi «animali nocivi», come li chiama Ibsen, che fanno «dappertutto male come delle capre in una piantagione di giovani alberi» (8). La morale della piccola città non è mai più severa di quando si tratta di illibare uno scandalo suscettibile di sminuire la rispettabilità delle classi dirigenti. Questo spirito conservatore spiega la grande influenza che hanno nella vita della piccola città la donna e il prete, queste due classi conservatrici per eccellenza, come le chiama Schopenhauer (9).

È a causa di questo prestigio delle classi dirigenti che la piccola città è la terra benedetta dello snobismo – dello snobismo provinciale – nel suo sfoggio di superbia (morgue) e di infatuazione nobiliare e borghese. Da nessuna parte meglio che nella piccola città lo snob raccoglie i frutti degli sforzi ch’egli dispiega in vista della posa e dell’effetto da produrre. La Bruyère notava già che spesso, nella grande città, si spendono in pura perdita gli sforzi che si fanno per «apparire». Perché si passa impercepiti. «Non si sa punto nell’Ile – dice [La Bruyère] – che André brilla a Marais e ch’egli dissipa il suo patrimonio: se almeno fosse conosciuto in tutta la città, sarebbe difficile che in un così gran numero di cittadini non se ne trovasse qualcuno che dicesse “è magnificente” e che non tenesse conto dei regali che fa a Xanthe e ad Ariston e delle feste che dà per Élamire; ma lui si rovina oscuramente». Al contrario lo snob della piccola città raccoglie tutto il beneficio del suo snobismo. Egli riscuote in vanità l’equivalente della sua spesa. Un abito nuovo di forma elegante, un cavallo nuovo che fa sfilare lungo il corso, un ornamento che ha condotto da una dama in vista de «la società», attirano allo snob della piccola città l’attenta ammirazione dei suoi concittadini e gli riservano dei tesori di godimento insospettati.

Noi faremo un’ultima osservazione a proposito della morale della piccola città. Nelle città dove si trovano compresenti due clan religiosi (cattolici e protestanti per esempio), la morale delle piccole città diventa ancora più tetra e implacabile. Ogni clan teme le critiche del clan avverso ed esercita sulla condotta dei suoi membri un più rigoroso controllo. Da questa situazione risulta un doppio spionaggio sociale in ogni istante: spionaggio alla Loyola e spionaggio alla Calvino.

Si vede, dall’analisi precedente, quali sono i principali elementi del quale si compone lo spirito della piccola città: interesse e amor proprio, diffidenza nei riguardi dello straniero, spirito di corpo che porta gli abitanti a chiudersi in cerchio e a difendere il loro raggruppamento contro le minacce esterne. Lo spirito della piccola città ci appare così come una delle forme più caratteristiche dell’egoismo di gruppo o dello spirito gregario.

Tale come noi abbiamo cercato di descriverlo, questo spirito esercita un’influenza tirannica che Vergniol ha ben messo in luce nel suo romanzo Lo sprofondamento. Questo romanzo è la storia di un giovane funzionario del registro che si viene a installare in una piccola città del Midi. Questo funzionario si trova essere per caso un poeta che arriva nella piccola città, la testa piena di graziosi sogni ch’egli vorrebbe trasformare in bei versi. Ahimè! Il giovane poeta non ha tenuto conto dell’influenza assopente della piccola città, del prosaico nel quale finisce per imborghesirsi e per affondare senza ritorno.

Si vede a sufficienza come le influenze della piccola città sono oppressive dell’individualità. In una grande città, la molteplicità delle relazioni, la vita affaccendata, la diversità mutevole della vita sociale, la varietà dei tipi sociali che si seguono a caso negli incontri per strada, tutto questo serve da stimolante per la mentalità dell’individuo. La diversità delle impressioni esteriori, l’intensa differenziazione sociale (10) procurano all’individuo quella sorta di liberazione che producono anche i viaggi.

Essi lo strappano dal dogmatismo stretto e fanno germogliare in lui quello spirito di scetticismo, di ironia e di scanzonatura (blague) che si vede svilupparsi così agilmente nelle grandi città come, per esempio, Parigi o Berlino. Al contrario, carente di differenziazione e di complicazione sociali sufficienti, l’abitante della piccola città resta confinato negli stessi orizzonti, permane immutabilmente l’homo unius societatis, non vive che per la sua piccola casta che gli impone tirannicamente i suoi tristi dogmatismi.

Da ciò la proverbiale noia della piccola città. Il dottor Tardieu, analizzando la noia nel villaggio, si esprime così: «Le stagioni, le giornate, le ore, si rassomigliano, sfilano, avvolte in uno stesso velo grigio. Nella grande città le stagioni non sono solamente dei fenomeni meteorologici, delle modificazioni previste nella colorazione del cielo e nell’aspetto degli alberi; ciascuna ha una fisionomia urbana ornata di tratti particolari: teatri che si aprono, nuove mode, banchi girevoli dei [grandi] magazzini, cerimonie mondane, esposizioni, etc. La giornata è un panorama; diversificato e sgargiante a piacere, essa ha i suoi attori designati che sfilano in posti convenuti; ogni ora produce il suo avvenimento, lancia il suo petardo. Ma il villaggio o la piccola città, da un termine all’altro dell’anno, dorme il suo sonno che nulla disturba, si rannicchia sotto la noia uniforme delle quattro stagioni» (11).

Si vede sufficientemente qual è il ruolo della mentalità della piccola città nell’evoluzione sociale attuale. In Tarde la piccola città rappresenta il costume immobile in opposizione alla moda mobile e cosmopolita rappresentata dalle grandi città e dalle capitali (12). Queste ultime città rappresentano anche, per lo stesso sociologo, una sorta di aristocrazia dirigente e giocano nei riguardi dei piccoli centri il ruolo di istitutrici e di educatrici. Non dimentichiamo, tuttavia, la resistenza che la piccola città oppone alle influenze esterne. Essa paventa il movimento e il cambiamento. E lo spirito pubblico che regna non può essere meglio simbolizzato, seguendo l’annotazione del Conte Prozor (13), che dall’iscrizione Al Passo (Au Pas), che si legge in certe vecchie città vicino agli antichi monumenti.

Lo spirito della piccola città è conservatore dei pregiudizi e dogmatismi sociali. Al contrario, l’atmosfera delle grandi città è liberatrice. Un sociologo tedesco, studiando il ruolo sociale delle grandi città commercianti dell’Italia e del Reno al debutto dell’epoca moderna, ha potuto dire dell’aria delle grandi città che rendeva gli uomini liberi: Städtische Luft macht frei (14).

Le grandi città industriali, i grandi centri manifatturieri sono delle «fabbriche di irrispetto» (15), dei focolari di emancipazione individuale e di idee egualitarie. Il viaggiatore che attraversa di notte le regioni industriali del nord della Francia, del Belgio, dell’Inghilterra o della Germania, e che vede fiammeggiare da lontano in tutte le direzioni dell’orizzonte gli incendi degli altiforni, riceve una strana impressione. Gli sembra che in questa atmosfera pesante e carica di fumi fluttuino non so che germi viventi di libertà, e crede di vedere in queste città il crogiolo ardente dove bolle la rimestante lava umana, dalla quale uscirà il puro metallo delle umanità di domani.

**Traduzione 2017: © Fabrizio Pinna – Diritti riservati.
Testo originale: Georges Palante (1862-1925), L’Esprit de petite Ville, in «La Plume», 1 novembre 1900, pp. 655-658; poi, con poche varianti, in Georges Palante, Combat pour l’individu, Paris, Félix Alcan (éditeur), Paris, 1904, pp. 34-44 [Nella traduzione seguo il testo come proposto in “Combat etc.”; nel passare pressoché ne varietur dalla rivista al volume, erano saltate le due ultime note con i riferimenti bibliografici che qui ho reintegrato].

NOTE

(1)Sulle influenze professionali oppressive dell’individualità, vedere il nostro articolo “Lo Spirito di corpo” (L’Esprit de corps, «Revue philosophique», agosto 1899). [NdT.: poi anch’esso raccolto in Combat pour l’individu]

(2)Ibsen, La donna del mare, Atto III.

(3)«Revue de Paris», settembre 1897.

(4)Max Nordau, Paradossi sociologici (Paradoxes sociologiques, Paris, F. Alcan, p. 89).

(5)Laurent Tailhade, Conferenza su “Il nemico del Popolo” (Conférence sur l’ennemi du Peuple, p. 16).

(6)La Bruyère, Sulla Società e sulla Conversazione.

(7)Schopenhauer, Aforismi sulla saggezza nella vita (Aphorismes sur la sagesse dans la vie, Paris, F. Alcan, p. 75).

(8)Ibsen, Un nemico del popolo, Atto IV.

(9)Vedere ne La conquista di Plassans il ruolo considerevole che giocano i preti e le dame borghesi – la dama di Schopenhauer – negli intrighi della piccola città.

(10)Su questo punto vedere Simmel, Uber soziale Differenzierung.

(11)Dr Émile Tardieu, La noia, studio psicologico (L’Ennui, étude psychologique, «Revue philosophique», febbraio 1900; poi in volume: Paris, F. Alcan).

(12)Tarde, Le leggi dell’imitazione (Les Lois de l’Imitation, Paris, F. Alcan, p. 247).

(13)Conte Prozor, Nota sugli Spettri di Ibsen.

(14)Cfr. Sohm, Die Entstehung des deuchen Städtewesens, p. 15.

(15)Espressione di Bouglé, Le idee egualitarie (Les Idées égalitaires, p. 122).

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