Émile Faguet, Il liberalismo e la libertà individuale

ÉMILE FAGUET — Bisogna cominciare il nostro studio sulle libertà, vale a dire sui limiti ragionevoli del diritto dello Stato, dalla libertà individuale poiché essa è come la libertà essenziale, come la libertà in sé, e tutte le altre non ne sono che l’estensione, o piuttosto l’applicazione o la garanzia. La libertà individuale è il diritto che io credo di avere di vivere a modo mio, di agire a modo mio fintanto che non faccio male a nessuno e fintanto che non disturbo seriamente qualcuno.

Io metto la parola «seriamente» del tutto a proposito perché se non la mettessi affatto la libertà individuale correrebbe grande rischio. Io disturbo qualcuno, e anche molte persone, per il mio modo di vivere e di agire nel momento in cui vivo e agisco in un modo che non è assolutamente banale. Gli uomini, un po’ dappertutto e soprattutto in certi paesi e particolarmente in Francia, hanno orrore della libertà individuale, vale a dire della tendenza che ha un uomo ad agire personalmente. Vedono quest’uomo di cattivo occhio e il modo in cui si comporta è per loro un disturbo e quasi una sofferenza. Un uomo di una certa classe [sociale], in un certo periodo, deve essere qui e non altrove e fare questo e non altra cosa. Se io incontro uno dei miei amici a Parigi nel mese di agosto (si può, ma solo di passaggio, «fra un treno e l’altro») mi dice: «Come! Non ha lasciato Parigi? — No. Le domando scusa». Io gli domando scusa perché ho sentito nella sua parola una grande amarezza e nel tono qualche cosa di stizzoso e già di ostile. Ho quasi perso un amico. — A Bordeaux, intorno il 1880, ignoro se la tradizione si è conservata, gli universitari dovevano abitare in un certo quartiere, uno dei peggiori, del resto. «E Tal dei Tali? Domandai, arrivando, al preside della Facoltà. — Non lo so. Non abita nel quartiere». Era detto severamente. Quello là si era fatto notare male. Non era un buon funzionario. Non abitava nel quartiere.

Lo stesso per il costume, per l’aspetto, per il portamento, per il numero dei metri che si coprono, camminando, in cinque minuti, per le passeggiate abituali, per le ore in cui ci si alza o ci si corica. Ogni anormale è un originale, ogni originale è un eccentrico, ogni eccentrico è un indipendente e ogni indipendente causa una vera sofferenza morale a coloro che hanno il culto dell’uniformità, vale a dire alla maggior parte. «Originale» nel linguaggio del popolo è un’ingiuria. Vuol dire pressapoco criminale. Io ho sentito una brava donna, davanti a un quadro rappresentante il supplizio di Gesù, mostrandomi i torturatori, dirmi: «erano degli egoisti e degli originali». Era esattamente il contrario, ma lei parlava la sua lingua.

Così la libertà individuale in Francia non è mai perseguitata se non per i costumi, ma ben lo è. Il francese non ammette mai due cose, ossia che voi restiate per conto vostro e, nel caso restiate per conto vostro, che siate liberi per conto vostro. Bisogna, a pena di essere «disturbanti», — cosa buffa, ma in verità voi li disturbate nel non importunarli —, fare delle visite, «passare la serata», andare fuori a cena, frequentare la società, assassinare i vostri simili con la vostra presenza dalla mattina alla sera. Altrimenti voi siete insocievoli. Insocievole chi ha paura di essere indiscreto! Tuttavia è così.

In Francia l’indiscrezione è una virtù. L’uomo vi giudica molto freddo se non gli domandate dei suoi affari e sul carattere della sua donna. «Lei dunque non mi ama, che non mi parla mai di me? Lei dunque non mi ama, che non viene mai ad impedirmi di lavorare?». Il francese non ama chi sta per conto suo.

D’altra parte, non ama coloro che restando per conto proprio non ricevono continuamente. La porta del francese deve essere aperta a tutti, il mattino per gli affari, il pomeriggio per le confidenze e la sera per i piaceri. Colui che, sia per gusto, sia per amore del lavoro, sia per pigrizia, sia per desiderio di nutrire la sua famiglia, non si presta a questa invasione continua, è molto mal visto, poco stimato, sospettato di cattive abitudini e sgradito ai suoi simili. Molto letteralmente li fa soffrire. Eccita in essi prima lo stupore, poi l’impazienza e infine una collera, sorda o eclatante, a seconda delle persone. La libertà individuale è sacra ai francesi, ma l’usarla a loro pare un crimine.

Ecco perché ho definito la libertà individuale il diritto di agire e di vivere a modo proprio senza fare del male a nessuno e senza disturbare seriamente nessuno. Si disturba, e assai, molta gente usando la libertà individuale. Solamente, bisogna dire che si ha il diritto di usarla quando non si porta, nell’usarla, ai propri simili che un danno tutto morale, quando non si fa che dispiacerli, che irritarli, che ferirli, che esasperarli, quando non si fa loro alcun torto materiale, quando non li si avvelena con dei cattivi odori, quando non si versa loro dell’acqua sulla testa annaffiando i fiori nel proprio balcone, quando non li si schiaccia sotto le ruote della propria automobile, quando non si cammina sui loro piedi salendo sull’omnibus, quando non gli si fuma in faccia nel treno dopo che hanno dichiarato che non amano questo genere di incensieri. Bisogna fare la distinzione tra il danno materiale e il danno morale.

— Ma il danno morale è mille volte più doloroso del danno materiale!

— A chi lo dite? Io sono ben sicuro che il signor Tal dei Tali preferirebbe che lo investissi una buona volta con la mia automobile piuttosto che lo trattenessi fino alla «noia mortale». Ma questa distinzione tra il danno materiale e il danno morale, nell’intenzione di prendere in considerazione il primo e non tener conto del secondo, questa distinzione, forse poco legittima, bisogna farla, e non senza dubbio la ritroveremo più volte nel corso di questo volume; bisogna farla per questa ragione molto semplice: il danno materiale può essere determinato molto facilmente mentre il danno morale è per sua natura indeterminato. Io ricevo dell’acqua sulla testa, cosa che è molto generalmente considerata come sgradevole e dichiarata antigienica dai medici; questo è molto facile da constatare e da determinare; è un danno assai netto.

— «Ma anche l’ostinazione del signor X a non venirmi a trovare quando mi annoio e a non ricevermi quando porto la mia noia al suo domicilio, mi è odioso e, notatelo, mi esaspera a tal punto che mi provoca una malattia nervosa, che è certo qualcosa di molto materiale».

— Senza dubbio, e certo riconosco che, moralmente, il signor X è un furfante, molto più che se egli innaffiasse i fiori; e dunque? Le vostre pretese su di lui sono indeterminate, sono indefinite e indefinibili. Io non so, non posso sapere che cosa ci sarebbe da fare per scongiurare la malattia nervosa che vi minaccia, sino a che punto voi potete spingere il diritto che rivendicate di importunarlo. Nemmeno voi lo sapete. Queste cose non hanno misura. Prendiamo dunque il partito di non tener conto delle sofferenze morali che l’esercizio della libertà individuale comporta per gli altri, perché il danno ha qui qualcosa di indeterminato e d’infinito, e noi definiamo la libertà individuale il diritto che appartiene a ognuno di vivere e di agire a modo suo senza fare del male a nessuno e senza disturbare nessuno seriamente, vale a dire materialmente.

La libertà individuale è stata rilevata molto esattamente e più di tutte le altre dalle Dichiarazioni dei diritti dell’uomo del 1789 e del 1793. Questo per il fatto che nessuna libertà era stata più disprezzata, soprattutto peggio definita e peggio conosciuta prima del 1789.

C’è da notare che l’antica società, la quale ha sicuramente conosciuto un certo numero di libertà, rispettava molto di più le libertà dei corpi [sociali], le libertà delle associazioni, rispetto alle libertà personali e individuali, tutto al contrario della nuova che ha per l’individuo isolato un relativo rispetto e che ha un’estrema diffidenza nei riguardi di tutto ciò che è associazione. La società antica rispettava le libertà del clero, della magistratura (il più spesso), delle corporazioni operaie, delle municipalità, delle province libere (non sempre, ma per lunghi periodi). Essa non conosceva, per così dire, la libertà individuale.

**Traduzione 2018: © Fabrizio Pinna – Diritti riservati. Testo francese: traduzione parziale del Cap. III di Émile Faguet (1847-1916), Le Libéralisme, Parigi, Société Française d’Imprimerie et de Librairie, 1903. “Credo di essere il solo liberale francese, e non sono sicuro nemmeno io di esserlo [completamente]” scriveva di sé Émile Faguet: « tous les Français sont étatistes, et il n’y en a point qui soient libéraux. Je crois presque que je suis le seul libéral français, et encore je ne suis pas sûr de moi. Proudhon disait gaiement : « Je rêve d’une république où je serais guillotiné comme conservateur. » Moi, je rêve d’une république où je serais proscrit… mais elle ne proscrirait personne… où je serais méprisé et maudit comme insuffisamment libéral. Il est très évident que l’avènement de cette république est très éloigné. »

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