Gli inclassificabili. Autori senza squadra nell’Italia del Boom


di Alfredo Sgarlato – Negli anni del Boom economico, periodo di maggior fulgore della cultura italiana contemporanea, due grandi case/chiese si spartivano l’influenza sul comune sentire degli italiani: quella marxista, che si impose nel mondo degli intellettuali, e quella cattolica, egemone sull’italiano medio, ispirando i due partiti di massa, PCI e DC, che a seconda delle regioni arrivavano a coprire la quasi totalità del voto. Chi non si identificava in questi due mondi è stato spesso emarginato o censurato, raggiungendo il successo solo nel caso di giganti assoluti come Fellini o Flaiano.

Vi racconteremo di alcuni casi eclatanti. Il primo è quello di Carlo Coccioli (1920-2003). Conservatore, partecipò alla Resistenza. Cattolico praticante, si convertì al buddismo. Non nascose mai la propria omosessualità, e lo scandalo portato dai suoi romanzi lo spinse a trasferirsi in Messico. Se all’estero Coccioli è considerato tra i massimi scrittori italiani del ‘900, in patria è praticamente sconosciuto (io apprezzai molto “Le case sul lago”, che di fatto è il resoconto di una psicoanalisi). Potremmo avvicinare a Coccioli Elemire Zolla, uomo profondamente reazionario ma dalla cultura enciclopedica, trascurato in epoca di egemonia marxista, ma ancora di più quando l’egemonia culturale passa nelle mani di Mediaset, poiché della destra sbagliata, non clericale. Va detto con onestà che ad emarginare Zolla ha contribuito la terribile antipatia dell’uomo, che non si può non provare anche solo leggendo i suoi scritti: fa specie vedere una tale erudizione espressa con tanta sicumera e arroganza.

Carlo Coccioli

Del resto si dice che fu l’antipatia personale con Moravia molto più dei trascorsi fascisti a rendere Giuseppe Berto inviso all’intellighenzia nostrana, ma lui seppe farse odiare da tutte le parrocchie, ed ebbe grande successo di pubblico, cosa che sicuramente gli aumentò le antipatie. A Zolla potremmo avvicinare Furio Jesi (1941-1980), politicamente di sinistra ma studioso di argomenti all’epoca considerati assurdamente “di destra”, come esoterismi e mitologia. Jesi peraltro condannava l’incapacità della sinistra di affrancarsi del tutto dall’idealismo, l’uso delle parole con la maiuscola, rimanendo in questo subalterna alla destra. Jesi alla destra era particolarmente inviso, e racconta in un suo libro sugli anni ’70 Giampiero Mughini che quando morì prematuramente in un incidente, un settimanale vicino a Rauti scrisse un editoriale ignobile contro di lui. C’è poi chi ha definito “stranieri in patria” o “non conformi” gli intellettuali nostalgici del ventennio, ma questa tesi mi sembra irricevibile, poiché quelle idee erano molto diffuse tra la gente comune.

Furio Jesi

Non emarginati ma spesso sottovalutati furono soprattutto gli autori che, pur non essendo assolutamente destrorsi non erano però comunisti: come i già citati Flaiano (che non pronunciò mai la famosa battuta su fascisti e antifascisti che gli viene attribuita) o Fellini, accusato per il suo “Amarcord”, uno dei film più profondamente antifascisti mai fatti, di non esserlo abbastanza. Accanto a loro scrittori grandissimi come Manganelli, Arbasino, Ceronetti, Bazlen, Fruttero e Lucentini, l’anarchico Bianciardi, relegati al ruolo di minori per lo sfuggire alle mode, il dandismo spesso esibito, la passione per Jung come per la letteratura fantastica e gotica, il pessimismo di fondo. Furono invece molto più ragioni letterarie che politiche, diversamente da come spesso si legge, a condannare Guido Morselli (1912 – 1973) ad essere pubblicato solo dopo il suicidio: anticomunista ma non di pancia, cattolico ma critico verso la DC, i suoi romanzi strani, distopici (“Dissipatio H. G.”), complessi (“Roma senza Papa” è una lettura molto ostica per chi non ha basi di teologia) furono considerati troppo strani per piacere.

Giorgio Manganelli

Concludiamo questo breve excursus con gli autori comunisti ma critici verso il PCI e l’Unione Sovietica. Troviamo esempi soprattutto nel mondo del cinema. È il caso di Giuseppe De Santis, autore del classico “Riso amaro”, emarginato dopo un paio di insuccessi. Caso più eclatante quello di Elio Petri, i cui film sono stati a lungo ostracizzati dalla tv, specialmente “Todo modo” e “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, in cui l’interpretazione mimetica di Volontè si ispirava a Moro e al commissario Calabresi, e stroncati dalla critica nonostante i premi vinti all’estero. Del resto è interessante notare come Fernaldo di Giammatteo, critico militante, nei suoi testi di storia del cinema renda l’onore delle armi a registi considerati destroidi come Clouzot, e massacri anarcoidi o cani sciolti come Malle o Losey. Oggi di Petri è finalmente in corso la rivalutazione, ma alcuni suoi film restano difficilmente vedibili.