Reddito di Cittadinanza: la proposta di legge del M5S Liguria

Il MoVimento 5 Stelle Liguria ha illustrato oggi in una conferenza stampa i dettagli della proposta di legge regionale per introdurre il reddito di cittadinanza che domani sarà discussa in consiglio.

I pentastellati hanno ribadito che «Il Reddito di cittadinanza non è una fantasia del M5S, ma uno strumento che ha il suo fondamento nella raccomandazione 92/441/CEE del Consiglio del 24 giugno 1992 con la quale la Comunità europea ha esortato gli Stati membri a dotarsi di adeguati sistemi di protezione sociale al fine di riconoscere il diritto di ogni persona a fruire di un’assistenza sociale e a disporre di risorse sufficienti per vivere in modo dignitoso, come affermato nella relazione alla proposta di legge presentata dal M5S in Regione Liguria, avente ad oggetto “Disposizioni regionali sul Reddito di cittadinanza”».

IL PROVVEDIMENTO – «Il Reddito di cittadinanza regionale prevede l’erogazione di 400 euro mensili per il 5% della popolazione ligure, per un’operazione complessiva da 350 milioni di euro.
Il provvedimento nasce dalla volontà di contrastare povertà, disuguaglianza ed esclusione sociale, includendo un’indennità economica di durata transitoria erogata a favore dei nuclei familiari maggiormente disagiati. Per richiederla è necessario sottoscrivere un PAI (Piano di Azione Individuale) che definisce il percorso di ricerca attiva del lavoro e favorisce il reinserimento nel mondo lavorativo».

IL CONTESTO – «La crisi economica iniziata nel 2007-2008 ha esacerbato notevolmente le condizioni di vita delle persone, ha contribuito in modo determinate a far aumentare i livelli di povertà, ha impoverito gli esclusi dal mercato del lavoro e i disoccupati che, esauriti i limitati strumenti di sussidi alla disoccupazione, e non avendo trovato ancora occupazione, sono sprofondati in situazioni di indigenza e povertà.
Questo fenomeno si sta manifestando gravemente anche in Liguria, dove il tasso di disoccupazione rilevato dall’Istat nel 2° trimestre 2016 era del 10,6%, mentre quello di occupazione raggiungeva appena il 62,8%: i dati peggiori dell’Italia Settentrionale.
Il livello di povertà e le scarse prospettive occupazionali hanno alimentato il dibattito sul Reddito di cittadinanza che esiste nel resto d’Europa, seppure declinato in vari modi, fuorché in Grecia ed in Croazia, oltre che in Italia.
L’impatto dei diversi schemi di reddito di cittadinanza esistenti nell’UE sulla ricerca attiva del lavoro e, quindi, sui livelli di occupazione e disoccupazione, sembrano essere le principali preoccupazioni per i policy maker italiani, come deterrente per l’attivazione di uno strumento sociale di questo tipo, e Toti non fa eccezione».

GLI STUDI – «Gli studi di diversi economisti, effettuati attraverso modelli econometrici, come quello del Dipartimento di Economia dell’Università Roma Tre, calibrato su 34 paesi OCSE nel periodo 1990-2013, dimostrano, invece, che non ci sono ostacoli di efficienza (impatto su occupazione) che impedirebbero l’attivazione di un reddito minimo in Italia, nel senso che quest’ultimo non è una variabile che riduce il tasso di occupazione. Anzi, i risultati di tali studi dimostrano che uno schema di reddito di cittadinanza aiuta, insieme ad altre variabili, a incrementare i livelli di occupazione.
Questo strumento è applicato con varie modalità nella maggior parte dei Paesi europei, come rappresentano i predetti studi che hanno cercato di investigare da che cosa è determinato il livello di occupazione ed hanno cercato di capire se il reddito di cittadinanza potesse avere un impatto positivo, negativo o neutrale, nei paesi in cui è attivo».
«Dallo studio dell’Università Roma Tre è emerso che i livelli di occupazione sono trainati da un alto livello di investimenti, da uno stato sociale forte e da una “globalizzazione controllata”, dove l’apertura commerciale appare essere positiva, mentre i movimenti di capitale hanno un impatto negativo.
Sempre il suddetto studio rivela che l’efficienza del mercato del lavoro, valutata in termini di maggiore tasso di occupazione, e minore disoccupazione, è propria di quei paesi in cui il welfare è più sviluppato ed è presente uno strumento di reddito di cittadinanza, come nei Paesi Scandinavi, il che dovrebbe dissipare i molti dubbi circa l’assunzione, infondata, di un possibile effetto disincentivante del reddito di cittadinanza sull’occupazione: la disoccupazione è più elevata (19,7% nel 2014) e l’occupazione è più bassa (55,0% nel 2014) nei Paesi che hanno un modello sociale Mediterraneo.
Questi studi indicano che, laddove questo strumento è utilizzato, i tassi di occupazione non subiscono una riduzione: anzi, i paesi che hanno tale strumento hanno anche i tassi di occupazione più alti dell’UE, e solo i Paesi Scandinavi, ma anche Paesi noti per non essere molto orientati verso il sociale, quali Regno Unito, Irlanda, e anche Spagna e Portogallo».

I DATI – «L’Italia è il 7° paese per livelli di povertà nell’UE probabilmente proprio anche a causa dell’assenza di uno strumento di ultima istanza sociale quale il reddito di cittadinanza. Sono peggiori dell’Italia solo alcuni dei paesi PECO (Paesi dell’Europa Centro Orientale), con livelli di reddito pro-capite molto bassi quali Romania, Bulgaria Lituania, Croazia o che hanno subito gravi conseguenze durante la crisi economica come Grecia.
Italia e Grecia, in cui non esiste questo strumento, hanno visto esplodere i tassi di povertà, che hanno raggiunto livelli di molto superiori alla media dell’UE a 28.
Sotto il profilo strettamente economico, un reddito di cittadinanza avrebbe un impatto decisamente positivo sulla domanda aggregata soprattutto in periodi di crisi o di stagnazione come quello attuale e in particolare in Italia e in Liguria. L’effetto di tale strumento sui consumi sarebbe notevole, poiché permetterebbe a chi non ha un lavoro comunque di mantenere più o meno stabile il proprio livello di consumo.
La crisi di investimenti, e il conseguente effetto negativo sulla domanda aggregata, potrebbe essere in parte compensata attraverso il reddito di cittadinanza che si riverserebbe totalmente sui consumi. In paesi quali Francia e Germania, il calo dei consumi negli ultimi anni non c’è stato, non almeno così come in Italia.
L’indennità di disoccupazione, la NASPI, sebbene allarghi un po’ la platea degli aventi diritto, rendendo i criteri di accesso meno stringenti rispetto alla precedente ASPI, rimane comunque ancora uno strumento non universale e comunque limitato rispetto agli altri paesi europei sia in termini di durata che di compenso.
Gli attuali ammortizzatori sociali hanno limiti afferenti la disomogeneità, la irrazionalità del campo di applicazione, la limitazione al lavoro dipendente, l’abuso di proroghe e deroghe, la sovrapponibilità di diversi strumenti, la iniquità di distribuzione degli oneri, lo scollegamento con le politiche attive e l’utilizzo improprio di strumenti di emergenza a fronte di crisi strutturali».

NELLE ALTRE REGIONI – «Siamo ben coscienti che il problema riguarda soprattutto il Governo, tuttavia, in attesa che questo si muova e ponga l’Italia a livello degli altri Paesi dell’Unione europea anche le Regioni devono e possono assumere delle iniziative in tal senso.
E, infatti, diverse Regioni italiane e Province Autonome, sia a statuto speciale che a statuto ordinario, sono intervenute approvando leggi in materia: la Regione Campania con la l.r. n. 2/2004 ha introdotto una sorta di Reddito di Cittadinanza (seppur fallimentare), la Regione Basilicata con la l.r. n. 3/3005 ha previsto la Promozione della Cittadinanza Solidale, Regione Friuli Venezia Giulia con la l.r. n. 15/2015 ha approvato alcune “Misure di Inclusione attiva e di sostegno al reddito”, la Regione Lazio con la l.r. n. 4/2009, la Regione Emilia Romagna ha approvato la legge regionale 19 dicembre 2016 “Misure di contrasto alla povertà e sostegno al reddito”, la Regione Puglia ha approvato la legge regionale 14 marzo 2016, n. 3 “Reddito di dignità regionale e politiche per l’inclusione sociale attiva”, la Regione Lombardia ha approvato la delibera n. 5060 del 18 aprile 2016 riguardante il Reddito di Autonomia 2016” e la Provincia Autonoma di Trento ha adottato il Reddito di Garanzia».

IN LIGURIA – «In sostanza, la metà delle Regioni italiane hanno assunto qualche provvedimento dinanzi alla straordinarietà della situazione economica del Paese: l’inerzia di Toti, che in questo caso non intende seguire neppure l’esempio della Lombardia, nonostante la sua opera di “lombardizzazione” della Liguria è a dir poco sconcertante.
Ed ancor più grave è il fatto che Toti non sembri essere disposto a trovare alcuna mediazione, neppure per addivenire all’approvazione di disposizioni a carattere sperimentale rivolte a un numero di beneficiari indubbiamente limitato: infatti, pare voglia respingere persino una proposta che riguarda circa 6.000 persone (a fronte dei circa 80.000 liguri che vivono al di sotto della soglia di povertà!) che avrebbe comportato una spesa di circa 27 milioni annui».

LE COPERTURE – «Qualsiasi eccezione in merito alla copertura finanziaria, poi, sarebbe a dir poco pretestuosa, specie se riferita ad una fase sperimentale: infatti, tale somma è disponibile nell’ambito della Missione 20 “Fondi e accantonamenti”, programma 20.003 “Altri fondi”, del bilancio di previsione 2017 – 2019. Altri altri fondi – gli oltre 26 milioni di euro – Toti li ha improvvidamente impegnati per l’acquisto della Reggia di De Ferrari, in barba alle reali esigenze dei liguri. Con quella cifra avremmo potuto aiutare da subito, nel primo anno di fase sperimentale, circa 12mila famiglie della nostra regione che vivono in condizioni di povertà.
Non ci venga a dire che ha fatto un investimento e che ha ridotto la spesa per locazioni: l’investimento, oggi, deve essere fatto sul “capitale umano”, sull’emergenza di questa grave crisi, in termini politici prima ancora che ragionieristici, ed a maggior ragione se pure le economie ottenute risultano dubbie, contando poi che, come Toto si era impegnato in campagna elettorale, dismettendo gli uffici della Reggia e trasferendo la Giunta in Via Fieschi come era nelle origini, mantenendo invece gli affitti necessari di Piazza della Vittoria si risparmierebbero 1.246.000 Euro di affitto (per De Ferrari), a fronte di un affitto (per Piazza della Vittoria) di 400.000 Euro annui. In parole povere: potevamo risparmiare 26 milioni di Euro impegnati per acquistare l’inutile e lussuosa reggia di De Ferrari, avremmo quindi risparmiato 1.246.000 Euro annui di affitto (in Via Fieschi c’è tutto lo spazio necessario, infatti fu progettata per quello scopo). In 5 anni avremmo risparmiato 4.230.000 Euro più i 26 milioni dell’acquisto, per un totale di 30.230.000 Euro utili per il reddito di cittadinanza e tutte le altre misure volte a creare nuova occupazione in Liguria, a cui vanno aggiunti i 27 milioni Euro annui per la fase sperimentale del provvedimento».