“Comunità Terapeutiche. Storie di lavoro quotidiano”: se ne discuterà ad Albenga

(fp) – Albenga. Nel pomeriggio di venerdì 8 aprile, alle ore 17, presso la Sala conferenze della Biblioteca civica “Simonetta Comanedi” si terrà la presentazione del libro “Comunità Terapeutiche. Storie di lavoro quotidiano” a cura di Giovanni Giusto, Carmelo Conforto e Roberta Antonello (Pearson edizioni, 2015). A condurre l’incontro saranno due dei contributori al volume collettaneo, Paola Buonsanti, psicologa / psicoterapeuta specializzata in dinamiche familiari, e Marco Massa, specializzato in psichiatria e psicoterapia, Direttore Sanitario Villa del Principe (GE).

Partendo dalla storia della comunità terapeutica in Europa e in Italia, il libro — molto articolato, come si può vedere qui nell’Indice — si sofferma anche nei dettagli sull’esperienza ventennale del Gruppo Redancia, il quale gestisce numerose strutture residenziali di cura “secondo un metodo basato sulla persona e sulla valorizzazione delle differenze”. Si tratta di una realtà terapeutica nata proprio in territorio savonese: su iniziativa dello psichiatra varazzino Giovanni Giusto, la prima comunità è stata infatti aperta negli anni novanta ad Alpicella, la piccola frazione di Varazze.

«L’idea di Comunità Terapeutica — si legge in un passo dell’Introduzione al libro firmata da Fausto Petrella — ha avuto una storia molto variegata, che si documenta in una varietà di atteggiamenti e di pratiche. Queste si sono sviluppate quasi sempre in dichiarato contrasto con la modalità manicomiale di assistenza. È soprattutto quest’antitesi ad aver conferito una forma di unità sui generis ai movimenti molto eterogenei che hanno caratterizzato le trasformazioni strutturali e sociali, ideologiche e pratiche entro le istituzioni psichiatriche, a partire dal dopoguerra. Le troviamo cioè all’incirca dalla metà del secolo scorso in Francia, in Inghilterra e in altri paesi europei, espresse nel movimento della psicoterapia istituzionale, con numerosissime varianti e con ricadute sulle pratiche reali e i criteri gestionali, clinici e assistenziali via via operanti. In Italia l’ideale comunitario si è intrecciato con le esperienze critiche e politiche degli anni sessanta, sino ad arrivare a concepire e realizzare quegli assetti ideologici e operativi che hanno condotto alla riforma legislativa del 1978, alla chiusura dei manicomi e alle lentissime e disomogenee trasformazioni terapeutico-assistenziali che ne sono seguite».

Rimanendo nella nostra regione, vale forse la pena ricordare che la definitiva chiusura degli Ospedali Psichiatrici della Liguria, quelli di Cogoleto e Quarto, è avvenuta solo poco più di quindici anni fa. Del resto, a quasi quarant’anni dalla cosiddetta Legge Basaglia continuano a permanere in Italia problemi e molte criticità, con il rischio sempre presente che per superarle si tentino “scorciatoie” che in realtà ripropongono in sostanza, sebbene trasfigurati, i vecchi scenari ben peggiori del passato: «Oggi — scrive ancora Fausto Petrella — possiamo considerare il manicomio, in quanto risposta istituzionale alla malattia mentale, come un apparato superato nel nostro paese. Ma il suo intimo assetto strutturale è un’entità potenzialmente sempre risorgente, quando le istituzioni della psichiatria sono di fatto ancora impiegate per realizzare la destituzione sociale e l’annichilimento di aree gravemente problematiche, “anomale” e sofferenti della socialità e di modi d’essere ritenuti inaccettabili e intollerabili nel rapporto dell’uomo con se stesso e con gli altri. O quando il lavoro psichiatrico si riduce al binomio diagnosi/ terapia psicofarmacologica. Segue da ciò la necessità di continuare a misurare le nuove pratiche assistenziali con una gestione violenta e autoritaria di cui si sta perdendo la memoria, e che soprattutto per i più giovani operatori rischia di non rivestire alcun significato».