Teleobiettivo, intervista a Stefano Parisi: “Milano, libera e aperta, torni a essere motore del Paese”

Stefano Parisi, candidato a sindaco di Milano per il centrodestra
Stefano Parisi, candidato a sindaco di Milano per il centrodestra

di Dario Tiengo – Stefano Parisi è il candidato del centrodestra alla carica di Sindaco di Milano. Romano di nascita, 59 anni, vive a Milano da circa vent’anni. Sposato con due figlie, ha un ricco curriculum sia politico sia professionale. Quando ha deciso di correre per le amministrative della città gli è stato fatto notare che il suo profilo era simile a quello di Giuseppe Sala. Ha risposto così: «Veniamo da esperienze di lavoro in parte simili, lo stimo ed è possibile trovare punti in comune nei nostri programmi. Ma c’è una differenza fondamentale. Il nostro disegno di una città libera e aperta trova l’appoggio e il consenso pieno della maggioranza che mi sosterrà. Sala, invece, se venisse eletto dovrebbe ogni giorno fare i conti con il radicalismo di sinistra e la forte subalternità a Roma».

La conoscenza di Parisi dei meccanismi della politica e dell’amministrazione lo avvantaggiano rispetto al concorrente del centrosinistra che, dalla sua, ha però la grande popolarità acquisita con Expo2015. Per questo molti danno per favorito Sala. Ciò nonostante chi dà per scontato l’esito della battaglia fra i due commette una leggerezza. Questo da una parte per le tensioni che anche in questi giorni si rilevano nello schieramento di centrosinistra, con l’incognita “arancioni e sinistra radicale. Per quanto riguarda il centrodestra vi è più omogeneità di vedute, e questo è un dato. Ma anche Stefano Parisi deve fare i conti con il suo schieramento e le uscite estemporanee. Salvini docet. Sarà comunque un bel “testa a testa”.

D. : Milano, città della ricerca, dell’innovazione e della finanza, è questo il futuro di Milano che vede?

R.: Certo, ma non solo. Finanza, cultura, moda e design. Milano è una guida e la locomotiva del Paese. Qui si concentra tutto e tutto va valorizzato. Credo che non si debba puntare solo su alcuni aspetti della città ma occorre avere la capacità di liberare tutte le energie positive che Milano offre.

D. : Sente di raccogliere l’eredità di Letizia Moratti che ha appena proposto di fare di Milano la città campione dell’Agenda ONU 2030. Lei l’ha invitata a guidare un advisory borad sul tema..

R.: Sviluppo economico, inclusione sociale e tutela dell’ambiente sono tre pilastri su cui si fonda la Milano che vogliamo. L’ho invitata a collaborare perché non è nuova a grandi sfide e le ha sempre vinte. Credo che sia importante che si cominci a riflettere su questo tema. Ma non si tratta del governo giorno per giorno della città. In questo sento di prendere, in parte, l’eredità di Gabriele Albertini e intendo ricostruire un modello di governo efficiente del centrodestra basato sui principi della sua stagione di governo. Attenzione però dobbiamo guardare alla Milano del futuro. Guardando alle nuove tecnologie, al nuovo sviluppo urbano della città. Dobbiamo guardare avanti.

D. : Che cosa ha sbagliato Pisapia?

R.: Non so se ha sbagliato. Il termine non penso sia appropriato. Credo che non abbia dato impulso allo sviluppo della città. Non solo per colpa sua, ma ma per le forti contraddizioni interne della maggioranza che lo sosteneva, una parte importante della quale è espressione della cultura del “no” ad ogni innovazione vera.. Lo vediamo anche in questi giorni sulla composizione delle liste, nella quale si tenta di mettere insieme varie anime con culture molto diverse e lontane una dall’altra. Una cultura riformista e una più conservatrice di sinistra radicale che blocca qualsiasi sviluppo della città. Questo credo sia stato il problema fondamentale di questa giunta e che quindi non va intestato solo a Pisapia. È un dato oggettivo strutturale. Qualunque altro sindaco in quella maggioranza avrebbe avuto dei problemi. Fosse stato anche Sala.

D. : La sinistra è specialista a farsi male da sola e quindi in qualche modo la avvantaggerà?

R.: La sinistra è piena di contraddizioni. Ma io non voglio vincere per le contraddizioni della sinistra, voglio vincere perché i milanesi si riconoscono nelle mie idee e mi considerano in grado di realizzarle.

D. : Sala, un po’ sorprendendo, ha dichiarato di essere sempre stato di sinistra ma anche lei ha dichiarato di essere stato di sinistra da giovane. Da parte sua è la rincorsa agli scontenti dell’altro schieramento?

R.: Potrei cavarmela con la vecchia battuta di Winston Churchill: “Chi non è di sinistra da giovane è senza cuore, ma chi non è di destra da vecchio è senza cervello”, e io non sono ancora vecchio, ma credo di avere sia un cuore che un cervello. Parlando seriamente, quando avevo vent’anni, e quindi parliamo di quarant’anni fa, ero un giovane socialista lombardiano di sinistra. Il mondo nel frattempo è cambiato e naturalmente anch’io. Rimane il fatto che sono figlio di una cultura riformista e di governo, certo né radicale di sinistra né di cultura reazionaria. Questa è la mia anima. Sono fatto così. Non posso giocare una partita diversa da quello che sono

D. : Milano divisa in salotti o periferie. Crede a questa divisione?

R.: In parte è vera, nel senso che c’è una Milano che non conosce l’altra Milano. Dire solo “salotti” è sbagliato perché Milano è fatta anche di professionisti, di gente di qualità e di intellettuali. E’ anche una Milano molto generosa, piena di persone che fanno volontariato e che promuovono la cultura, quindi stiamo parlando di una Milano molto bella. Non vorrei che passasse l’idea di una Milano solo di salotti e chiacchere. Detto questo però parliamo di una Milano che, in molti casi, conosce poco quello che sta avvenendo oggi nelle sue periferie. Quelle della Milano più popolosa, dove c’è una forte pressione migratoria, dove c’è un grande degrado urbano, specie quando parliamo di alloggi popolari, e dove c’è un fortissimo problema di sicurezza che purtroppo si estende anche nelle zone centrali della città. Spesso parlando con la prima Milano – spesso non sempre – non c’è la percezione fino in fondo di quello che sta avvenendo nell’altra Milano delle periferie. E’ sbagliato e pericoloso. Dobbiamo capire che tra le priorità che oggi abbiamo c’è quella di portare tutta la città a un livello europeo. Non soltanto il centro di Milano con i suoi eventi e la sua vita sociale. Tutta la città deve essere di standard europeo. Quindi certe situazioni di profondo disagio che ci sono in periferia devono essere superate.
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D.: La crisi ha segnato profondamente la città. La parte intellettuale, ma anche quella creativa, dell’editoria, della pubblicità della moda ecc , i professionisti. Le partite iva che rappresentavano un ceto medio abbiente, oggi sono in grandissima difficoltà. Si parla molto spesso di startup anche per moda o per luogo comune. Ma oltre ai giovani ci sono anche i 50enni espulsi dal ciclo produttivo e che hanno capacità. Non trovano meccanismi di rilancio e di solidarietà da parte dell’istituzione locale. Che ne pensa?

R.: Penso che le startup siano una cosa importante ma non è con loro che rimettiamo in moto l’economia milanese. Sono importanti perché sono i giovani e perché le tecnologie digitali danno a tutti una nuova opportunità di lavoro, perché ci sono nuovi servizi che possono nascere grazie a internet. Però non possiamo basare il nostro futuro e il nostro sviluppo solo su questo. Noi dobbiamo rimettere in moto tutti coloro che vogliono far crescere Milano, tutti coloro che vogliono mettere in piedi iniziative e investire su Milano. E quindi tutti, dal commercio all’industria delle costruzioni, all’industria della moda e del design e agli altri settori in cui Milano ha costruito professionalità ed eccellenze. Dobbiamo liberare tutte le energie positive. Questo vuol dire che anche i professionisti che hanno perso lavoro a 50 anni, devono trovare un loro ruolo. E allora, rimettere in moto la città vuol dire questo. Per esempio tutto il terzo settore ha fame di professionalità e quindi far arrivare competenze e risorse professionali a questo settore, anche professionisti che hanno perso lavoro per la crisi dell’economia, è un modo concreto per offrire importanti soluzioni.

D. : Come si può fare? Cosa può fare un Comune da questo punto di vista?

R.: Il Comune ha alcune leve, non tutte. Intanto deve deregolare e cioè togliere il più possibile tutte quei vincoli che bloccano le attività, soprattutto in campo commerciale e delle costruzioni. Poi avviare un grande progetto di ristrutturazione nell’ambito della bioedilizia e quindi sulle abitazioni pulite. Far partire nuovi servizi, ad esempio auto elettriche che possano portare nuova mobilità pulita. Cercare il più rapidamente possibile di abbassare le tasse e ridurre l’impatto della pubblica amministrazione sulla vita dei cittadini e delle imprese. Si tratta di rimettere in moto un meccanismo virtuoso, oltre ovviamente a concentrare gli investimenti sulle aree strategiche come ricerca e università che sono i nostri grandi patrimoni. Tutto questo deve essere fatto con una grande alleanza con il mondo delle imprese e il mondo bancario. Assolombarda ci ha dato già degli importantissimi contributi dal punto di vista dell’elaborazione del futuro della città. Il rapporto con il mondo privato dell’economia, del commercio e dell’industria è molto importante. Vorrei che le grandi aziende che operano a Milano collaborassero strettamente con l’amministrazione comunale per realizzare questi obbiettivi. Dobbiamo far ripartire lo sviluppo. Oggi Milano cresce quanto il resto dell’Italia, cioè troppo poco. Milano deve tornare a essere il motore economico dell’Italia.

D. : Lei ha affermato che non le interessano le polemiche sui conti dell’Expo. Vuol dire che non attaccherà Sala su questo?

R.: Io credo a quello che ha detto Sala. Non lo penso capace di dire bugie elettorali, quindi sono sicuro che ha detto la verità. Comunque voglio confrontarmi con Sala sulle cose serie, sui programmi per il futuro di Milano. Non sul passato

D. : Le sue tre priorità per Milano nei primi cento giorni da Sindaco?

R.: Subito la sicurezza che è il problema numero uno che i cittadini sentono. Secondo trovare soluzioni per eliminare il degrado delle case popolari e eliminare gli abusi. Quindi tolleranza zero per chi occupa le case in modo abusivo. Terzo riorganizzare la macchina comunale potenziandone il funzionamento digitale insieme a programmi di motivazione dei dipendenti.

D. : Nell’anno del Giubileo della misericordia, chi sono gli “ultimi” a Milano e cosa intendete fare per loro?

R.: Gli ultimi a Milano sono tanti. Una città così vasta ha tanti bisogni e tanti sono i milanesi che vivono al di sotto della soglia di povertà. Bisogna dare a loro una vita decorosa in un ambiente dignitoso e sicuro. Aumentare la sicurezza e intervenire sul degrado delle aree urbane è essenziale. Allo stesso tempo aiutare di più il terzo settore. La tradizione milanese è di grande solidarietà sociale, fatta di intervento pubblico e di intervento privato. Per gli “ultimi” dobbiamo rafforzare la rete di volontari a Milano perché possano essere più efficaci nella loro azione di sostegno alla povertà e di tutti gli altri bisogni. Tutte le grandissime attività di solidarietà che ci sono a Milano devono essere valorizzate e l’amministrazione comunale può fare molto, per sostenerle, rendendone l’azione più efficace. Io credo in una socialità moderna, nella quale il ruolo del pubblico è il meno possibile quello della gestione diretta di servizi, e invece si concentra sul sostegno alle famiglie e al volontariato.

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