Glifosato: l’erbicida che fa discutere gli appassionati di birra

Analizzate 14 note «bionde» per individuare i livelli della sostanza, classificata come «probabilmente cancerogena» dall’Agenzia per la ricerca sui tumori di Lione. Gli esperti però rassicurano sui rischi sulla salute umana.

Birra

Albenga. Birra “al glifosate”, il principio attivo più usato al mondo per produrre erbicidi, che assieme a un suo composto – l’AMPA – è ritenuto probabilmente cancerogeno”. Il caso viene dalla Germania e sta facendo discutere tutti gli appassionati di “bionda” perché riguarda alcune marche di birra tra le più note, che sono risultate contenere il composto.

L’analisi è stata fatta dall’Istituto per l’ambiente di Monaco su 14 “bionde” nelle quali è stato trovato l’erbicida, derivante dalla lavorazione del malto d’orzo: i livelli registrati oscillano fra 0,46 e 29,74 microgrammi per litro. Per la birra non esiste un limite di legge, ma il glifosate è stato classificato come “probabile cancerogeno per l’uomo” dallo IARC di Lione – International Agency for Research on Cancer.

«Secondo la maggioranza degli esperti – spiega Luca Medini, direttore di Labcam srl, il laboratorio chimico merceologico della Camera di Commercio di Savona con sede ad Albenga – le quantità rilevate nelle birre analizzate sono decisamente lontane da qualsiasi rischio sulla salute umana». Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che si basa su studi tossicologici (e dunque di reale impatto delle sostanze sulla salute), possono essere ammessi 0,9 milligrammi per litro di glifosate nell’acqua potabile. E l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) ha calcolato la “dose acuta di riferimento”, ovvero la quantità massima giornaliera che si può assumere senza correre rischi per la salute: 0,5 milligrammi per chilo di peso al giorno.

«Questi valori di riferimento vengono sempre calcolati usando la massima prudenza – spiega Medini – se il peso medio di un uomo adulto è 60 chili, ognuno potrebbe assumere circa 30 milligrammi di glifosate nell’arco di un giorno senza correre rischi. E 30 milligrammi corrispondono a 29,74 microgrammi moltiplicati per mille».

Inoltre, – aggiunge Luca Medini – bisogna ricordare che AMPA, oltre ad essere un metabolita del glifosate, è altrettanto un prodotto di degradazione di diversi prodotti chimici utilizzati in ambienti domestici ed urbani che può quindi entrare nel ciclo dell’acqua tramite i sistemi di depurazione urbana che sovente mostrano scarsa efficienza nella depurazione delle acque da AMPA. Labcam srl ha di recente stipulato una partnership con Aeiforia srl, uno spinn-off universitario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza che si propone come piattaforma permanente per la valorizzazione dei risultati provenienti dalla ricerca nel settore chimico-agrario, agronomico, ambientale ed eco-tossicologico.

«I prodotti fitosanitari o fitofarmaci usati in agricoltura – spiega Medini – sono tutti quei prodotti chimici, di sintesi o naturali, che vengono utilizzati per combattere le principali avversità delle piante quali malattie causate da funghi, batteri o virus, insetti o acari ed erbe infestanti». Un prodotto fitosanitario è costituito da uno o più principi attivi che producono l’effetto tossico sull’avversità e da altri componenti inerti che influenzano le caratteristiche chimico fisiche del prodotto. Esistono prodotti fitosanitari il cui principio attivo, invece che da una sostanza chimica, è costituito da microrganismi capaci di agire contro l’agente patogeno.

I rischi più importanti, connessi all’uso di queste molecole, sono sanitari (per l’operatore che esegue il trattamento fitosanitario, e per il consumatore che ingerisce tali sostanze attraverso la presenza di residui nella dieta, ma anche per l’operatore del verde urbano o la semplice casalinga), ambientali (principalmente contaminazione delle acque superficiali e profonde) e ecotossicologici (per gli organismi acquatici, i mammiferi, gli uccelli etc.).

«Con i fitofarmaci ed i prodotti chimici in generale non si può scherzare – commenta Medini – i rischi per l’uomo, che per varie vie può entrare con essi in contatto, vanno dall’induzione di semplici irritazioni cutanee fino ai danni neurologici. Sebbene l’entrata in vigore dell’obbligatorietà del certificato di abilitazione all’acquisto e all’impiego, scattata a fine 2015, possa provocare qualche disagio tra chi usa queste sostanze a livello “amatoriale”, è evidente che la nuova normativa ponga un accento ancora maggiore sulle garanzie per il consumatore e sulla sicurezza alimentare».