Torna “Il medico di Brassens” alle Officine Solimano di Savona

Bonfanti Buttiero Molteni

Savona. Venerdì 19 febbraio, alle ore 21,00, dopo il successo dello scorso anno torna alle Officine Solimano di Savona, nella stagione organizzata dai Cattivi Maestri, lo spettacolo “Il medico di Brassens”, scritto da Ferdinando Molteni e interpretato da Franco Bonfanti. In scena, oltre al protagonista, ci saranno anche la pianista Elena Buttiero e lo stesso Molteni, nella parte di un cameriere cantante (per prenotazioni: tel. 392.1665196, cattivimaestri@officinesolimano.it).

Lo spettacolo “Il medico di Brassens” è prodotto da Allegro con Moto e si tratta di un’idea teatrale di Ferdinando Molteni liberamente derivata dai testi di Georges Brassens e dal libro “Monsieur Brassens” di Maurice Bousquet. Le musiche sono di Georges Brassens e le canzoni tradotte da Fabrizio De André.

La storia è singolare.
Nell’estate del 1980 Georges Brassens ha 59 anni e sa di essere ammalato. Non gli resta molto da vivere. È uno degli artisti più amati e rispettati di Francia e del mondo. Ha moltissimi amici. Può chiedere aiuto a chi vuole. Eppure, inaspettatamente, decide di non cercare i «copains d’abord», che lo hanno accompagnato per tutta la vita, ma si ritira a Saint-Gély-du-Fresc, vicino a Montpellier, a casa di uno dei suoi amici più recenti, il dottor Maurice Bouquet. Lo chansonnier più popolare e più acclamato decide dunque di nascondersi, e quasi annullarsi nella vita quotidiana di una famiglia che non è la sua. Morirà qualche mese dopo. E i motivi di quella scelta definitiva resteranno, in parte, un mistero.

Lo spettacolo – Il dottor Bousquet (Franco Bonfanti) entra in un caffè. Nel locale ci sono una pianista (Elena Buttiero) e un cameriere-cantante (Ferdinando Molteni). Bousquet si siede. Ordina un pastis. Dalla radio esce Supplique pour être enterré à la plage de Sète, la canzone che rappresenta il testamento spirituale di Brassens.

Bousquet comincia a ricordare. Sono passati vent’anni dalla sua morte. E lui racconta quegli ultimi giorni, ma soprattutto la grandezza di un artista formidabile. Ricorda il Brassens cantante di successo, il poeta, l’anarchico. Lo rievoca utilizzando le sue stesse parole, che ha scolpite nella memoria. Ne rivela la complessità, ma anche l’immediatezza. Ne racconta il tormentato rapporto con le cose materiali, con il successo, con le donne. E restituisce a Brassens la dimensione che davvero gli appartiene: quella di un grande scrittore che ha utilizzato una chitarra per raccontare il suo mondo.

Ogni capitolo della vita di Brassens è contrappuntato dalle sue musiche. E dalle sue canzoni tradotte da Fabrizio De André, come Delitto di paese, La leggenda di Natale, Marcia nuziale, Il gorilla e altre.
Ama e rispetta Brassens, Bousquet, il piccolo dottore di Saint-Gély-du-Fresc. E ne racconta, dunque, la storia. La storia di un uomo complicato che però considerava il mondo racchiuso nel suo paese di pescatori. «Tutti i paesi sono miei paesi – diceva Brassens –. Ma, per me, tutti i francesi sono di Sète».

Sète è il posto dove era nato e dove voleva – sulla spiaggia – essere sepolto. Ci andò vicino. Brassens riposa, infatti, a pochi passi dal mare, nel cimitero dei poveri. Mentre l’altro grande poeta di Sète, Paul Valery, è sepolto nel camposanto in collina.

Perché Brassens scelse la famiglia del dottor Bousquet? Probabilmente la risposta a questa domanda, la chiave della sua vita e dei suoi ultimi dolcissimi e drammatici giorni, è tutta in questa frase: «Ho bisogno d’amare e di essere amato».

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