Intervista al senatore Cociancich: “Le riforme evitano la consorteria del passato. Pd di sinistra? Sì, con qualche conservatore”

di Dario Tiengo – Roberto Cociancich, senatore, è diventato Cociancichpopolare in occasione del dibattito e delle votazioni della legge sulle riforme. L’“emendamento Cociancich” è rimbalzato su tutti i telegiornali. Ha annullato i milioni di emendamenti presentati dalla Lega e aperto la strada per l’approvazione della legge. Un risultato importante per questo avvocato milanese, 54 anni, sposato, con tre figli. Ma, soprattutto, un risultato molto importante per il Partito Democratico, in cui Cociancich – tra l’altro Presidente della Conferenza Internazionale Cattolica dello Scoutismo – si sente a casa. “Pur avendo un percorso diverso da molti, mi sono sentito accolto – ci dice -. Nutro molta gratitudine e, pur avendo avuto un percorso diverso, ho trovato persone straordinarie che mi hanno fatto sentire parte della squadra”. Dopo la votazione definitiva del Senato lo abbiamo incontrato per fare un bilancio.

Com’è la politica oggi?

Per me è una passione, un modo per rendere un servizio al Paese. Il lavoro quotidiano e di contenuto, anche se faticoso, fa crescere e dà soddisfazioni. Ma c’è anche il rovescio della medaglia. Immagine e comunicazione sono aspetti critici. Bisogna stare attenti all’immagine e a quanto si comunica. Fare i conti con internet non è semplice, sarà decisivo in futuro. Ci vuole attenzione. La dimensione dell’immagine e della comunicazione a volte è esagerata. Poi ci sono i sondaggi.

Non le piacciono?

Non si tratta di questo, dico solo che influiscono sulla politica in modo eccessivo. C’è un condizionamento psicologico notevole. Rendono difficile fare una politica di lungo respiro. Mettono pressione e questo è positivo, ma l’esasperazione non aiuta a disegnare un quadro credibile.

Influiscono più sulla gente o all’interno dei partiti?

Molto all’interno dei partiti ma anche perché pesano sull’opinione delle persone. Non fosse altro che per il conformismo, molto presente nel nostro Paese. Esistono, però, anche le sorprese e le smentite, come nelle ultime elezioni europee. Insomma, sono dinamiche complesse. Il risultato è che fanno parte della vita politica, bisogna farci i conti. In Italia più che in altri Paesi.

Lei è diventato famoso con il suo emendamento sulla riforma del Senato che ha sbloccato l’iter della legge. Romani (Fi) rivelò tutta l’irritazione e l’impotenza dell’opposizione quando disse in aula: “Senatore Cociancich si faccia riconoscere” sottointendendo che lo scacco non poteva venire da un parlamentare che, fino ad allora, aveva lavorato in sordina. Com’è arrivato all’emendamento Cociancich? C’è chi dice che Renzi le abbia telefonato e lei se lo sia inventato…

Sono tutte leggende metropolitane. Non è affatto così. Io sono capogruppo della Commissione Politiche Europee e partecipo anche alla Commissione Affari Costituzionali. Ho competenze di Diritto Pubblico, sul quale ho lavorato anche in Università. Partiamo da qui, dalle competenze. Ho ancora molto da imparare e sicuramente ci sono colleghi che mi hanno aiutato, penso ad esempio alla senatrice Finocchiaro, ma ho scritto quell’emendamento perché credevo fosse utile. E alla fine lo è stato, al di là di ogni mia aspettativa.

Che cosa pensa del Senato che verrà, sempre che il referendum approvi?

Anche in qualità di responsabile delle politiche europee del Partito Democratico ho visto come lavorano le Regioni a Bruxelles. Ogni Regione ha un ufficio. Quando si deve far passare un programma, spesso ci si accoda a regioni come Baviera, Catalogna, Ruhr. Non si fa “sistema Paese”, mentre gli altri hanno la capacità di fare politiche nazionali pur avendo un forte regionalismo. Noi non abbiamo nessun luogo istituzionale dove fare sintesi delle istanze regionali nei confronti dell’Europa. Siamo stati fra i fondatori della Comunità Europea e, allo stesso tempo, siamo stati i meno capaci a far valere i nostri interessi verso l’Europa. È frustrante. Ed è per questo che ho studiato e scritto quell’emendamento. Si è trattato di ridisegnare il Senato. L’emendamento è stato scritto in modo chiaro e semplice, dice quello che deve fare il Senato. È stato votato in commissione. Una volta passato in aula, ha precluso i milioni di emendamenti presentati.

Quindi l’ha scritto lei?

A parte il fatto che l’opposizione gli emendamenti li ha fatti scrivere da un computer, ribadisco quanto detto prima. È stato frutto di un lavoro che è durato un anno, non un’improvvisazione.

Certo, l’opposizione non l’ha amata e forse anche qualcuno nella maggioranza…

Quando l’ho presentato, non avevo consapevolezza che avrebbe precluso tutti gli altri. Sono stato ben contento nello scoprirlo “cammin facendo”. Il senatore Calderoli certamente mi ha mandato un sacco di accidenti. Ma ho capito che lui ha fondato la sua strategia di opposizione sugli emendamenti, senza un progetto alternativo per il Paese rispetto a quello che abbiamo noi. In realtà, Calderoli avrebbe voluto votarlo ma la Lega l’ha lasciato solo. Avrebbe voluto passare alla storia per qualcosa di più del porcellum. Questa è la tragedia umana e politica del senatore Calderoli.

Che cosa ci guadagnano gli Italiani da questa riforma?

Un sistema più semplice. Oggi per avere una legge approvata abbiamo bisogno di una doppia lettura Senato-Camera e ritorno, nel caso di cambiamenti. Domani non sarà più così. Il Senato, se non è d’accordo, ha dieci giorni per richiamare la legge, qualunque legge. C’è quindi un controllo, ma si esercita solo in casi particolari. Si accorciano i tempi. Oggi andiamo al rallentatore in un mondo in cui tutti gli altri attori corrono. Siamo poco competitivi.

Poco competitivi ma più o meno democratici?

Secondo me, nel momento in cui tu puoi individuare il responsabile di una scelta e valutarlo nel momento opportuno, quello delle elezioni, questa maggiore individualità della responsabilità aiuta.

Quindi non è una diminuzione della democrazia, come è stato detto anche da alcuni al vostro interno?

No, secondo me si evita la consorteria che abbiamo vissuto fino a oggi. I veri responsabili non si sono mai individuati, sia per le scelte fatte sia per quelle non fatte. Nessuno si sente responsabile e così siamo rimasti molto indietro. In effetti, non c’è un responsabile ma una pluralità di responsabili. Questo, a mio avviso, è stato un danno per la democrazia. Perché la democrazia è anche alternanza, controllo e presa di responsabilità di chi governa.

E le garanzie?

La garanzia non è il potere d’interdizione di una minoranza su una maggioranza. La garanzia sta nel fatto che esista una Corte Costituzionale, che esista un Presidente della Repubblica. Vuol dire che esiste un secondo organo legislativo che può richiamare le eleggi e proporre delle modifiche. Ci devono essere, quindi, pesi e contrappesi e questi sono da salvaguardare assolutamente.

Singolare però che una riforma di questa portata sia fatta da un governo non eletto?

Mi scusi, ma è una polemica assurda. Viviamo in una democrazia parlamentare, la nostra Costituzione – per come è stata fatta nel 1948 – non prevede l’elezione diretta del Governo. Nessuno dei 62 Governi che ci hanno preceduto nella storia della Repubblica è stato eletto dal popolo. Ripeto, noi viviamo in una democrazia parlamentare, il presupposto è che il Governo ottenga la fiducia del Parlamento. È una polemica per me incomprensibile: non è nel nostro sistema costituzionale.

Ci sono state resistenze, magare legate alle poltrone o alle pensioni? In fondo i senatori hanno votato la loro fine…

Secondo me il Senato meriterebbe un ringraziamento. Ha fatto un gesto di generosità politica. Per il futuro mi aspetto che tutti i 21 Presidenti di Regione siano nel nuovo Senato così come tutti i sindaci delle grandi città, che sono 21. Spero poi che i consigli regionali mettano persone che ci credano veramente e si impegnino.

La conferenza delle regioni sarà svuotata dunque…

Credo di sì. Si semplifica.

Anche lei Senatore si è tolto il lavoro da solo. Che cosa farà?

Io sono l’ultimo arrivato e potrei essere il primo ad andarmene. Ho la fortuna di avere vissuto tutta la vita del mio lavoro di avvocato. Non ho particolari ambizioni per me stesso. Detto questo, mi piace quanto sto facendo e sono onorato di contribuire a questo Paese.

Chiudiamo con un tormentone. Il Pd è di sinistra o no?

È un partito che vuole portare più giustizia sociale più possibilità di sfruttare anche l’ascensore sociale. I conservatori giocano tutto su mercato, valori e tradizione. La sinistra porta la forza delle idee di progresso, del lavoro dell’innovazione. Se questo è il grande quadro di riferimento, il Pd è un partito di sinistra.

Con dei conservatori al suo interno?

Con, all’interno, delle forze che sono rimaste a un progresso un po’ datato.

*** Intervista esclusiva a retewebitalia.nettribunapoliticaweb.it

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