Le folli storie del rock: Scott Walker

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di Alfredo Sgarlato – L’8 gennaio del 1997 David Bowie ricevette per il suo cinquantesimo compleanno un regalo particolarmente gradito e inaspettato: una telefonata dal suo idolo Scott Walker, peraltro nato il 9 gennaio (del 1943, ad Hamilton, Ohio), persona notoriamente burbera e riservata. Sicuramente tutti o quasi sanno chi è David Bowie, molti meno conoscono chi sia Scott Walker. Genio precoce, Scott, all’anagrafe Noel Scott Engel, viene ben presto notato dall’industria musicale per la bravura ma soprattutto per l’aspetto angelico. A dodici anni è tra gli interpreti di un musical, dal 1957 lavora come cantante pop con vari pseudonimi e musicista di sala. Poi, negli anni ’60, decisivo l’incontro con John Maus, del giro dei Beach Boys, e Gary Leeds, ex batterista della cult band garage The Standells. Si presentano come The Walker Brothers e partono alla conquista dell’Inghilterra, e a Scott, che trova l’America provinciale e arretrata non sembra vero.

scottwalkerI finti fratelli, presentati come alternativa sexy ma tutto sommato più accettabile per le mamme ai Beatles (ma la censura dovette lavorare molto sui testi di Scott), ebbero un successo senza precedenti. Si è parlato di loro come prima boy band, come prodotto costruito a tavolino, ma nelle canzoni, autografe o cover di Bacharach e Randy Newman, c’era molta qualità. Ma il successo non è roba per il timido e solitario Scott: si racconta – tendendo conto che nella sua biografia, come per molte rockstar è difficile discernere verità e leggenda – che un giorno, mentre è in macchina, viene bloccato e circondato da fans urlanti. Ha una crisi di panico, decide di abbandonare la musica, pensa al suicidio o a farsi frate. Non lo fa, anzi trova la fidanzata, una coniglietta di “Playboy”, che gli fa scoprire Jacques Brel e Ingmar Bergman, da allora i suoi idoli. I primi dischi solisti, composti soprattutto da canzoni di Brel e altri, spopolano, ma “Scott 3”, quasi totalmente autografo, vende poco. La leggenda narra che la casa discografica gli giurò che avrebbe rifiutato un altro disco così. E che quando consegno “Scott 4”, il primo totalmente composto da canzoni sue, il presidente lo mandò a chiamare e buttò il nastro nel cestino davanti ai suoi occhi. Poi per fortuna “Scott 4” fu pubblicato, e basti pensare che negli anni ’90 una band scozzese si è chiamata Scott 4 per valutarne l’importanza.

Risentiti oggi i primi lavori di Walker sono un po’ datati, la voce è fin troppo “bella” per il gusto rock e gli arrangiamenti troppo ridondanti. Ma se li ascolterete non dico che vi crolleranno dei miti, però molti dei vostri eroi capirete da dove vengono. Si deve pur mangiare e Scott torna a incidere musica commerciale, incide dischi poco riusciti, riforma i Walker Brwalker1others, viene ignorato. Tuttavia c’è un disco, “Night Flights” del 1978, rarissimo e dimenticato anche da lui, in cui scrive tre canzoni in cui anticipa quello che un paio di anni dopo si chiamerà “dark” o “post punk”.

Negli anni ’80 pubblico e industria discografica hanno dimenticato Scott Walker.  Non i musicisti: Marc Almond incide sue canzoni, Nick Cave e Bono lo citano come modello, Julian Cope cura un’antologia del titolo “The Godlike genius of Scott Walker”. Però in quel decennio Scott riesce a incidere un solo disco, “Climate of the hunter”, che a un ascolto distratto si potrebbe scambiare per un disco degli ultimi Roxy Music. Collabora con Brian Eno, ma litigano subito. Progetta un disco con David Sylvian, ma non funziona (in seguito Walker diràscott figo: “David è un uomo che ha trovato la sua spiritualità, io non ancora”). Sparisce, si ritira in campagna, dipinge, afferma di non avere bisogno di denaro per vivere. Dichiara di ascoltare solo Bach e musica molto vecchia in genere, ma in una delle rare interviste dimostra di conoscere benissimo anche i trend più di nicchia.

Il grande ritorno nel 1995, con “Tilt”, che potremmo definire un disco di musica classica, simile a quella che farà una ventina di anni dopo Antony. Poi scrive le musiche del film “Pola X” di Leos Carax (film bruttissimo, e ve lo dice uno per cui Carax è uno dei registi della vita), produce “We love life” dei Pulp, quindi tra il 2006 e il 2014 tre dischi, “The drift”, “Bish Bosh” (da intendersi “bitch Bush”) e “Soused”, inciso con la band di metal estremo Sunn O ). Dischi di avanguardia totale, con testi che parlano del crollo dei dittatori e machete e quarti di bue usati come percussioni. Adoratori e imitatorscott oggii di Scott Walker non si contano più: una band come i Divine Comedy è persino imbarazzante nell’ossequio al maestro. I suoi dischi non sono facili da amare, a volte troppo pop e levigati, a volte sperimentali all’eccesso. Ma senza di lui metà della musica che abbiamo amato non esisterebbe.

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