Borghetto: si inaugura Piazza Caduti sul Lavoro e il Monumento “Amok”

Borghetto. A seguito del restyling recentemente concluso, domenica 10 agosto alle ore 18,00, alla presenza delle Autorità cittadine, sarà inaugurata Piazza Caduti sul Lavoro ed il monumento “Amok”, dell’artista Simone Finotti.

Nella Piazza ha trovato una nuova collocazione il mercatino degli Agricoltori, al quale è stato dedicato uno spazio proprio. La riqualificazione della Piazza ha inoltre previsto la creazione di aiuole verdi e la piantumazione di arbusti ed alberi, tra i quali uno splendido esemplare di Ginkgo Biloba, fossile vivente e simbolo di rinascita dopo il bombardamento di Hiroshima.

La cerimonia di inaugurazione si terrà in ricordo delle vittime della tragedia avvenuta il 12 maggio 1965, il crollo dell’Albatros, quando sette operai persero la vita sotto le macerie del palazzo in costruzione: Luigi Cagnino, Giovanni Vassallo, Giuseppe Andreacchio, Giuseppe Sciascia, Andrea Sasia, Vincenzo Bonfiglio e Angelo Mendola. La Comunità Borghettina unita allora nel dolore di un immane lutto, si riunirà domenica per ricordare questo tragico evento e testimoniare l’importanza della memoria e dell’insegnamento che ne è scaturito.

L’artista Borghettino Simone Finotti credendo fermamente nel valore del ricordo aveva proposto all’Amministrazione Comunale, nella persona della compianta Stefania Maritano, di realizzare un’opera scultorea che potesse preservare – rispettandola – la memoria di quel tragico evento. Dal suo scalpello è nata “Amok”, una scultura ideata e realizzata su marmo bardiglio, che domenica 10 agosto verrà donata all’Amministrazione Comunale e all’intera cittadinanza, affinché non dimentichi la propria storia e sappia farne tesoro per affrontare il presente.

Scrive Viviana Siviero Michelini, critico d’arte indipendente, a proposito dell’opera: “Una teoria di mani che si intersecano: grandi e possenti, mostrano le loro articolazioni come segmenti che si connettono in infinite combinazioni e possibilità: mani che stringono, che abbracciano, che lavorano e costruiscono; mani che possono accarezzare o ferire fino alla morte, un istante dopo l’altro, senza preavviso alcuno. Il loro turbine pacato si risolve in una sorta di montagna che sembra suggerire la possibilità del cielo e dell’infinito, come meta perpetua ed irraggiungibile; un monumento alla memoria che ricorda un terribile incidente, un momento che segnò il destino di molte persone, recidendo quel filo sottile che unisce la vita e la morte, risvegliando le coscienze di tutti, lasciando un vuoto carico di memoria in una piazza che è divenuta uno dei luoghi centrali della cittadina. Amok –il titolo dell’opera – porta alla memoria un grido antico, quello che precede lo scoppio di una sorta di idrofobia umana incontrollata, presagio di morte. Lo scultore modella la massa di marmo solido e magnifico, interpreta, assecondandolo, lo scivolamento della luce sulle superfici lisce e durissime, permettendone la fuga grazie alla creazione di trafori che attraversano il blocco come fossero arterie capillari piene di vita, capaci di trafiggere l’anima delle cose. Lo scultore, attraverso un processo immaginifico, combina elementi realistici e ripetitivi, dal forte significato simbolico, accordandoli per creare una montagna pregna di simbologie fluttuanti, scintille che stimolano la memoria personale e che non necessitano di alcuna parola per parlare allo spettatore. Lo scultore, così, per “via di levare” – come affermava il più famoso scultore del mondo, Michelangelo Buonarroti – si misura con il blocco fino a divenire egli stesso pietra, mentre quest’ultima, a sua volta, ruba alla carne brani della propria intelligenza emotiva. Ogni estremità diviene una teoria salvifica composta da mani che pensano, che aiutano, che giovano, che lavorano, che rinascono, che uccidono; come quelle della terra che si ribella al destino di soffocamento da cemento cui l’uomo sembra averla condannata. E così uccide. Per permettere la rinascita. Dell’uomo che – dimostrando di aver compreso il messaggio – modifica la propria vita passando dal cemento alla natura, e confermano che quelle mani che non possono più lavorare, rinascono nel germoglio dell’albero dalle foglie che sembrano l’ala di una farfalla, l’albero della vita, il ginkgo biloba, che si fonde sia con la scultura, sia con la piazza stessa, per creare una sinfonia in cui è chiaro come tutto sia orchestrato come un canto alla vita proteso a ricordare più che a commemorare”.

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