Stanley Kubrick, follie e ossessioni (dei suoi esegeti…)

di Alfredo Sgarlato – Sulle bizzarrie caratteriali di Stanley Kubrick, Shining1probabilmente anche ingigantite ad arte da amici e uffici stampa, si sono scritte migliaia di pagine. Le fobie per cui a lungo non uscì di casa, le ossessioni artistiche, la precisione formale di un film come “Barry Lindon”, per cui Kubrick volle attori somiglianti a personaggi ritratti in quadri del ‘700 e illuminazione con le candele, per cui dovette usare lenti per le riprese spaziali (particolare su cui dovremo tornare…).

Meno indagato è come le ossessioni di Kubrick hanno contagiato i suoi esegeti, facendoli diventare persino più paranoici del Maestro. I detrattori hanno esultato quando la rivista “Notturno” ha pubblicato un minuzioso elenco degli errori di lavorazione contenuti in “Shining”. Ma c’è chi ha fatto di meglio: nell’interessante documentario “Room 237” di Bill Blakemore e Geoffrey Cocks gli errori vengono spiegati come voluti, per creare il clima di terrore e straniamento (il “perturbante”, secondo Freud) che caratterizza il film.

Chi ha ragione? Kubrick non può più smentire né gli uni né gli altri. Ma come sempre l’elemento più interessante è capire come il lavoro dell’artista scateni la mente umana. È possibile che un regista, anche il più grande, faccia errori dovuti al caso, ai limiti di tempo e di budget, all’errore di un collaboratore. D’altronde questo è il tema sottinteso di tutta l’opera di Kubrick, il fallimento dovuto a qualcosa di imprevedibile. Ma la neuropsicologia ci insegna che il pensiero umano non accetta l’idea di caso, è una necessità di sopravvivenza.

Prendiamo per esempio gli esperimenti della Gestalt sulla percezione: se tracciamo una serie di linee casuali su un foglio colui che guarda vi vede un disegno preciso. Di più, esiste un errore di attribuzione di personalità chiamato “effetto alone” per cui da un elemento di carattere ne seguono necessariamente altri: vedi il motivo per cui molti pensano che un contadino non scolarizzato non può essere il capo della mafia; ma il capo della mafia deve essere il più cattivo, non il più colto. E quindi ogni elemento in un film dell’ossessivo Kubrick non può essere casuale. E potrebbe benissimo non esserlo, dato che spesso non lo è…

Ma Blakemore e Cocks vanno oltre. Perché “Shining” è così inquietante? Perché tutti quei riferimenti ai pellerossa? Perché tutto il film è una metafora dell’Olocausto, sia riferito allo sterminio degli ebrei sia a quello dei nativi americani. Si sa che Kubrick a lungo pensò a un film sull’Olocausto, non sentendosi mai pronto, fino al momento della rinuncia definitiva quando l’amico Spielberg girò “Schindler’s list”. E non basta. Perché la stanza dell’omicidio nel film di Kubrick è la 237 quando nel romanzo di King (che odiò il film di Kubrick) ha un altro numero? Semplice, è la distanza tra la Terra e la Luna, quindi questa, insieme ad altre che il documentario svela con lavoro certosino, è la prova che Kubrick è l’autore del falso film sull’allunaggio.

Ora, questo elenco di prove alla mente razionale, specie se avvezza alla lettura di Freud come di Popper, sembra il delirio di un paranoico. E per esempio non spiega perché la NASA avrebbe scelto proprio Kubrick, fuggito dagli USA come persona non grata, ben noto per le sue bizzarrie caratteriali e per di più costosissimo (ma l’avrebbe pagato con le famose lenti), e non uno dei molti mestieranti in giro (beh, certamente non potevano scegliere Woody Allen o Blake Edwards, altrimenti la Storia avrebbe avuto un corso diverso).

E purtroppo le bufale si contagiano tra loro: tra i negazionisti dell’Olocausto inizia a girare la bufala che i filmati dei lager (finti, secondo loro) siano girati da Hitchcock, che ovviamente compare. In ogni caso “Room 237” è un documentario da vedere (passa sul canale Laeffe), sia che lo si prenda dal punto di vista del Cinema che da quello della psicopatologia. E fa venire la voglia di rivedere “Shining” per l’ennesima volta.

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